Denti

(per una tavola su Vergogna e Conoscenza)

In questo dialogo, Esserci — nel senso più profondo del termine — significa tentare di far dialogare il padre con la figlia: il Tempo con l’Essere. Il testo alterna voci che non sono semplici personaggi, ma polarità complementari: il Tempo, portatore di memoria ed esperienza, e l’Essere, presenza interrogante e in divenire. Tra queste due dimensioni si muove la vergogna, non come condanna, ma come luogo di conoscenza, di ritorno, di luce accesa nel cuore della parola.

Edvard Munch, L’Urlo


Tempo: Il primo pensiero, ragionando su Vergogna, è stato cercarne la definizione nei dizionari dei filosofi. Ma Vergogna, nel dizionario filosofico, non è prevista: si passa da Verbo a Veridico senza considerarla. Come se la filosofia, specchio d’orgoglio, non potesse specchiarsi nella sua ombra. O forse, proprio perché Vergogna li ha sedotti, i filosofi l’hanno taciuta. Come un tabù troppo vicino al cuore.

Tempo: Definizione perfetta, figlia mia. È ciò che intuivo senza parole. Vergogna come reazione dell’animo umano: l’animo entro il quale scegli come usare i denti. E i denti — Kafka lo sapeva — li piantiamo nella società che ci condanna senza processo. Il segno che resta, quello sì, è vergogna. Ma anche giustizia.

Viktor Bezrukov, Shamed Man

Tempo: Così sia. Chi sa portare i denti senza ferire, chi sa riconoscere la vergogna senza fuggire, ha già trovato la via.