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  • Il serpente di metallo

    La trappola della seduzione

    Il serpente , simbolo ambivalente, e potentissimo, grazie alla muta simboleggia la rigenerazione, la guarigione, la rinascita, l’immortalità. Con l’avvento del Giudaesimo. E Cristianesimo ha avuto accessione negativa.In Egitto era simbolo di sovranità e protezione, a Roma emblema di saggezza e guarigione (basti pensare al bastone di Esculapio simbolo della medicina ), a Creta la Dea dei serpenti era legata alla fertilità.
    Nella Genesi, il serpente diventa nemico di Dio, è una entità tentatrice associata a Satana, (un angelo ribelle che vuole giungere alla conoscenza). Molti storici fanno risalire l’immagine del serpente, come scelta di animale associato al male ed alla tentazione, per una rivalità fra le due fazioni Cananei ed Ebrei, quest’ultimi arrivati in Palestina trovano il culto di BAAL, che veniva rappresentato frequentemente come serpente, e ciò che produceva vita e felicità a Canaa era dissidio e instabilità in Israele, da qui la scelta.
    Dopo essere tentato , sedotto e ingannato dal serpente, l’uomo viene cacciato dal giardino e non ha più accesso ai simboli dell’albero della vita e della conoscenza. Offre all’uomo la fertilità , e Dio lo trasforma in un semplice animale , simbolo del male.
    Il serpente di metallo, (spesso di rame o bronzo ) è dal mito di Mosè un potente simbolo di guarigione (NEHUSHTAN) unione fra forza primitiva, istintiva ,luce ed ombra ,ed energie plasmate dalla terra Metallo.

    Mosè forgia un serpente di rame, per proteggere il suo popolo dai morsi velenosi dei serpenti del deserto, trasformare il veleno in guarigione,il dolore in purificazione, ma in seguito, per secoli questo venne venerato( ecco anche qui l’ambivalenza del serpente, la sua seduzione, l’essere incantati da questo affascinante, sinuoso animale , che pure possedendo un veleno mortale per l’uomo lo tenta) tanto che il re Ezechia,vedendo che il popolo non lo guardava più con occhi di fede, decise la sua distruzione, per porre fine all’idolatria.
    Nell’esoterismo rappresenta poi la purificazione, il cambiare pelle rinnovarsi , la rinascita ( abbiamo qui un esempio che tutti noi conosciamo, l’UROBORO serpente che nel mordersi la coda, crea un cerchio perfetto, e simboleggia il tempo ciclico, il rinnovarsi di tutte le cose, l’eternità ) togliere ciò che non ci serve piu, il lasciare andare, per noi spesso molto difficile, per il serpente è un ciclo, forse è sicuramente anche questo un aspetto seducente, intrigante, nelle cavità dove esso si riproduce, noi abbiamo i nostri “demoni” e la lentezza con la quale avanza, e domina l’orizzonte ci ipnotizza, è potente, di metallo poi è forte, resistente, ma in questo caso ci sottolinea anche che è forgiato dall’uomo, l’opera che si compie, la rettitudine, il non piegarsi, resistere a molti fattori, unione fra forza primitiva intuitiva, ed energia plasmata della terra


    Questo archetipo, fonde alchimia ed esoterismo, seduzione della conoscenza, guarigione per cui trasformazione spirituale ( CADUCEO due serpenti attorcigliati ad un’asta alata, legata in origine al Dio ERMES, MERCURIO, simboleggiano l’equilibrio degli opposti, chiaro e scuro, spirito e materia)
    Il serpente di metallo, evoca fascino ancestrale, tentazione e saggezza, muoversi lentamente ed in silenzio, questo deve essere un grande insegnamento, ha le forme sinuose e lisce, ma è freddo, ci attrae su un piano spirituale, legato al mistero, al profondo, all’occulto, ed anche alla trasformazione interiore, guidata più dalla disciplina , dal rigore, più che dall’impulso, l’energia istintiva può essere elevata e trasformata.
    Il suo fascino molto intenso può diventare vincolo, portando alla perdita della lucidità, o libertà di scelta, la forza dell’attrazione rischia di trasformarsi in manipolazione oppure illusione. Rimanere imprigionati dalle apparenze dal potere, dall’ego, la trappola può essere il confondere, la sembianza con la vera conoscenza ( invece che da una ricerca spirituale autentica) l’essere incantanti dalle movense sinuose, quasi ipnotiche, che non sono simbolo della seduzione carnale, ma piuttosto del fascino del proibito, attrazione verso qualcosa di pericoloso.
    La tentazione del libero arbitrio, unito alla conoscenza, ci permette di convertire gli impulsi, in consapevolezza e crescita, come il metallo ricordiamoci di essere talvolta rigidi e distaccati, guardare a distanza, ma con dovizia tutti i particolari. Importante distinguere ciò che è affascinante, e ciò che conduce ad una reale trasformazione interiore, il cambiare la nostra “pelle” non solo in superficie , ma con duro lavoro nel profondo.

    Il limite del bronzo e il movimento del soffio, in risposta alla tavola di Leo
    La tavola di Leo ha il grande pregio di ricordarci che il serpente non è un simbolo statico, ma una soglia mobile. Ella individua con precisione il momento storico e teologico in cui la forza ctonia, generatrice e protettiva — venerata nell’antico Vicino Oriente e associata ai culti cananei di Baal — subisce una drastica svalutazione nel passaggio al monoteismo biblico. Ma il punto focale della sua riflessione risiede nell’incontro tra l’animale e la terra plasmata dall’uomo: il metallo. Leo scrive che il metallo esige “disciplina” e “rigore” per elevare l’energia istintiva.
    È esattamente su questo confine tra la fluidità biologica del rettile e la fissità minerale della lega metallica che si gioca la nostra archeologia del significato.

    L’ archeologia del sussurro: Naḥash e la divinazione
    Per comprendere la “trappola della seduzione” di cui parla Leo, dobbiamo scendere sotto lo strato superficiale delle parole. Nella lingua ebraica, il legame tra il serpente (נָחָשׁ – naḥash) e il bronzo (נְחֹשֶׁת – neḥoshet) non è una coincidenza poetica, ma un’indicazione fenomenologica.
    La radice trilittera נ-ח-ש (N-Ḥ-Š) reca in sé, originariamente, l’idea del sussurro, del sibilo, del suono sommesso. Da questa stessa radice deriva il verbo naḥash (נִחֵשׁ), che nella Bibbia significa “praticare la divinazione”, “interpretare i presagi”, trarre auspici dal sussurro del vento o dal movimento impercettibile delle cose.
    Il serpente non è dunque tentatore perché “cattivo”, ma perché è, per sua natura verbale, l’interprete dei segni ambigui, colui che sussurra l’incertezza. E il bronzo, il metallo di cui è fatto il simulacro di Mosè (neḥash neḥoshet), mutua il proprio nome da questa medesima radice non solo per la lucentezza della sua patina (simile alla pelle mutata del rettile), ma per la sua capacità di risuonare, di farsi strumento di un suono vibrante, metallico, che avverte o incanta.
    Dire “serpente di metallo” significa evocare una duplice prova: la tentazione di interpretare da soli i segni del mondo (l’astuzia, ’arum, עָרוּם) e la necessità di fissare quella vibrazione in una forma stabile.

    La seduzione come separazione (Se-ducere)
    Leo giustamente ammonisce sul rischio che la forza dell’attrazione si trasformi in manipolazione o illusione, imprigionandoci nelle apparenze. Anche qui, l’etimologia latina ci viene in aiuto per svelare l’archeologia del gesto. Seducere è composto dal prefisso se- (che indica separazione, deviazione, distacco) e dal verbo ducere (condurre).
    La seduzione non è l’invito a fare il male; è l’atto di essere condotti in disparte, fuori dal sentiero tracciato, per essere messi alla prova in uno spazio isolato.
    Nel giardino di Genesi, il serpente conduce Eva in disparte, fuori dal comando indiscutibile, ponendo una domanda aperta. La domanda crea uno spazio vuoto. Eva risponde compiendo un gesto sperimentale: il morso. Questo morso non è la “caduta” morale intesa in senso confessionale, ma la transizione dolorosa dall’innocenza inconsapevole alla responsabilità individuale. Solo dopo il morso l’essere umano scopre di essere ‘arumim (עֲרוּמִּים), nudo.
    Se nell’astuzia (’arum) del serpente c’è la capacità di dividere la parola per insinuare il dubbio, nella nudità (‘arum) dell’uomo c’è la scoperta del proprio limite, della propria vulnerabilità. La vergogna (בושת – boshet) che ne consegue non è un sentimento moralistico, ma la percezione drammatica della distanza tra il desiderio e la realtà, tra la legge e la scelta. È il segno inciso nella coscienza: l’uomo scopre di avere dei “denti” con cui può distruggere o discernere, e da quel momento ne diviene responsabile.

    Il Nehushtan e il pericolo della sclerotizzazione
    Il passaggio più delicato evidenziato da Leo riguarda la distruzione del serpente di bronzo da parte del re Ezechia. Quel simulacro, innalzato da Mosè come strumento di guarigione e di trasformazione spirituale, era diventato nel tempo un idolo statico: Nehushtan.
    Qui risiede l’autentico ammonimento per il nostro lavoro iniziatico. Il metallo, che Leo definisce “forte, resistente, che ci sottolinea l’opera che si compie“, ha in sé il rischio della propria virtù: la rigidità.
    Quando l’esperienza vivente della ricerca — il dubbio che ci spinge a metterci in cammino — viene fissata, catalogata e adorata come una verità indiscutibile, il serpente vivo si tramuta in idolo di metallo. Il Nehushtan è il simbolo del sapere iniziatico che si è sclerotizzato in dogma, in abitudine, in titolo o in pura apparenza formale.

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  • Trattatello in laude a Sennuccio

    a Giovanni Michelini,
    Fratello d’Arno e di memoria

    Boccaccio, Dino Campana, Sennuccio e Chimera su un ponte sull’Arno al crepuscolo

    I. Il ponte e Chimera
    Si dice che tra Certaldo e Scandicci il fiume parli di notte.
    Non sempre:
    solo quando l’aria si fa densa come pagina troppo riletta,
    e la luna, stanca d’esser riflessa, si stende sull’acqua come foglio stropicciato.
    Allora
    doppio s’ode il mormorio: l’uno ride piano, l’altro sospira.
    Sono Boccaccio e Campana, che si ritrovano, tra i secoli, per colpa d’una Chimera.
    Boccaccio viene a piedi da Certaldo, col passo greve di chi ha riso troppo e teme d’aver offeso gli dèi. Porta in tasca un fiammifero spento: dice che servirà a bruciare il libro che non ha avuto il coraggio d’incendiare.
    Campana arriva da Marradi, scalzo come un visionario in congedo. Tiene tra le dita un frammento di sole, il suo “sorriso di lontananze ignote”.
    S’incontrano sul ponte, dove il fiume stringe il respiro di Firenze.
    Boccaccio abbassa gli occhi: «La carne ride, e io ne ho vergogna».
    Campana alza il capo: «La carne piange, e io non so perché».
    Chimera li ascolta e sorride del suo mestiere: è lei che li tiene vivi, una bestia metà memoria e metà presagio.
    Da lontano li osserva Sennuccio, e non parla.
    Tiene in mano un foglio bianco, e nel vuoto scrive con l’aria: la follia è solo l’ombra del lume che mai si spense.
    E il fiume continua, portando via le parole,
    come se Firenze — e tutto ciò che fu poesia — non fosse che un respiro di passaggio.

    II. Un drappo ballerino
    Quando il fiume smise di mormorare, Chimera si accovacciò sul parapetto.
    Persa l’abitudine di ruggire, andava respirando piano, custode forse d’un segreto?
    Boccaccio e Campana, stanchi di parole, si sedettero accanto.
    Le loro voci, che fino a poco prima avevano illuminato l’acqua, si spegnevano a tratti, come candele bagnate.
    Fu allora che si accorsero di lui, Sennuccio.
    Era lì da sempre, ma il suo silenzio lo aveva reso invisibile. Un panno, trasparente come nebbia d’alba, gli copriva il volto.
    Non pregava, non dormiva: osservava.
    Nel suo tacere, la tensione celata di Eschilo, la grazia di un dolore arcaico: chi tace non nega la parola, la trasforma.
    Campana si chinò verso di lui: «Fratello, cosa taci?»
    Sennuccio non rispose: il velo trapelò solo d’un respiro.
    Boccaccio comprese: «Non tace, diventa
    Chimera, sollevando la testa, intuiva: «Chi ha troppo sentito può solo tacere. Il dire, prima o poi si spegne partorendo l’eco che salva
    L’acqua, d’improvviso, si trattenne: voleva ascoltare anche lei.
    Poi tutto riprese a scorrere.
    E da quell’istante, quando l’Arno si zittisce,
    il vento tra gli zendali ammicca a Certaldo e Scandicci.

    Drappo dorato sospeso nel vento come velo poetico

    III. Deh, silenzio chiassoso!
    La notte s’era fatta spessa, come se il fiume avesse bevuto la luce.
    Chimera fissava l’acqua.
    Campana, cauto, sussurrò: «Forse ora ammutolisce anche l’Arno.»
    Boccaccio, quasi ad arriderlo, sfidò la fiera: «Messer Dino, l’acqua tace solo a chi non ascolta.»
    Dal velo di Sennuccio, un fremito malcelato, come respiro del corpo che ricorda, svelando invero voci infinitesime, antenati, lingue dimenticate, battiti di chi aveva vissuto e respirava ancora, attraverso lui.
    «Il silenzio non esiste, – insisteva Chimera – è solo luogo dove il suono cambia nome e pure Morte prende parola e Voi, quella, non sapete tradurla
    Sennuccio sbucava incuriosito dal cencio, e tutti s’accorsero che volto non aveva: era un campo di vento, dove bocche tormentate parlavano e parlavano…
    «Scriviamo – suggerì Boccaccio – per non morire del tutto
    «Scriviamo – annuì Campana – per restare rumorosi anche nel sogno
    Chimera rideva in disparte: «Scrivete pure, miei folli! Terrò sveglio il vostro silenzio

    IV. Suono comincia a destarsi
    All’alba il fiume non parlando, non tacendo, respira d’acqua.
    Quel ponte, caldo come riva del Cefiso, cullava il sonno dei poeti,
    mentre trema l’aria ad ogni piè sospinto.
    Forse un uccello, od una parola, il fremito dell’ebbrezza passata?
    Boccaccio guardava verso Certaldo:
    la sua casa, i libri, quel mesto chiaro di luna che non aveva ucciso.
    Campana puntava a Marradi:
    il treno, la polvere, le angosce ancora lo chiamavano.
    Sennuccio fermo, si placava:
    il velo ondeggiava come marinaio che non vuole approdo.
    Il fiume era in loro.
    Ogni cellula un mormorio, ogni respiro un ritorno di specie.
    Chimera non c’era più, o forse s’era dispersa nei loro pensieri:
    aveva vinto la sua partita, confondendo le distanze.
    Boccaccio disse: «Forse non abbiamo mai parlato.»
    Campana rispose: «Forse non abbiamo mai taciuto.»
    Mentre il sole, passando di tra le foglie, accendeva riflessi rosa e gialli sulle acque basse.
    Sennuccio si scoprì: era Luce.
    Da allora, quando s’attraversa l’Arno tra Scandicci e Certaldo,
    si sente talvolta un suono che non è suono, un soffio che non smette di dire.
    Son ancora loro due,
    a questionare del rumore nel silenzio che non c’è.

    V. Il viaggio del battello ebbro
    Il fiume non scorre, ma lo sogna: un battello ebbro, senza timone, avanza nonostante tutto
    trainato da ciò che fu detto, o che rimase in gola: l’Arno, il mare della loro memoria.
    Sennuccio siede a poppa, come un’ombra lucida.
    Boccaccio cerca nei riflessi dell’acqua le risate perdute.
    Campana guarda le rive che fuggono e mormora versi che nessuno scriverà mai.
    Chimera, sdraiata sulla prua, tiene il capo basso, come per spiare i pensieri del fiume.
    Ogni tanto la barca s’inclina, a brindare co’ poeti.
    E proprio quando la quiete sembra compiuta, arriva lei: una mosca dispettosa, piccola e insistente, a ronzare in testa come l’idea in ritardo.
    Si posa sulla spalla di Sennuccio, che non la scaccia: sorride, come chi ritrova un fastidio amato.
    Passa su Boccaccio, che sospira: «Ecco il lettore che non tace mai!»
    Poi rimbalza su Campana, pizzicandogli l’orecchio: questo ride, e il natante ondeggia solidale.
    Infine la mosca, felice e stanca quanto loro, si posa sul naso di Chimera.
    La bestia incrocia il suo sguardo ma non ruggisce, né divora: riconosce.
    Entrambe tremano dello stesso impulso di vita, della stessa, antica, inevitabile, natura.
    Il battello prosegue, curvo nel pentagramma delle onde, sussurrando sillabe confuse.
    Nessuno sa dove vada — e forse non va da nessuna parte.
    Ma finché la mosca ronza e il fiume respira, l’errare continua tra quei brindisi
    dove poeti, chimere e silenzi birichini ridono scanzonando la loro eternità.

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  • Il ritiro come gesto

    Prima della parola, il corpo conosce già la sua verità. In questo frammento il ritiro diventa gesto, e il gesto una soglia: non un’uscita dal mondo, ma un altro modo di abitarlo.

    Donna dal volto parzialmente coperto dalle mani, in un paesaggio sospeso e desertico, come figura simbolica del ritiro e della percezione interrotta.

    Estratto da Hikikomori ante litteram di Christine A. Cossu.

    Nella storia, come nel presente, la scelta di abitare un’ombra non è mai un atto di volontà pura, generato nel vuoto. 

    È, al contrario, una reazione situata. Quando la pressione esterna — sia essa l’imperativo della performance, il pregiudizio sociale o la limitazione biologica — rende il mondo inabitabile, il ritiro diventa l’unica mossa plausibile sulla scacchiera dell’esistenza.

    L’individuo non fugge: si riposiziona.”

    E allora, a chi vorrà partecipare, lasciamo aperta la soglia: nuove coppie di hikikomori ante litteram potranno affacciarsi, e ogni assenza diventare un mattone ulteriore della Torre.

  • Böcklin sotto le querce di Mamre

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    Arnold Böcklin, Autoritratto con la Morte che suona il violino
    Alte Nationalgalerie di Berlino


    Arnold Böcklin realizza questo autoritratto nel 1872 a Monaco di Baviera.

    Scruta lo specchio di fronte a sé, tenendo stretti pennelli e tavolozza con una fermezza quasi rituale, mentre la Morte scheletrica, emergendo dall’ombra delle sue spalle, suona un violino ridotto a una sola corda – la quarta, il Sol grave.


    Il Tzimtzum (צִמְצוּם) del Limite
    Il titolo tradizionale parla della Morte che suona, nonostante lo sguardo del pittore non tradisca terrore.
    È un volto colmo di una concentrazione indagatrice, una meraviglia che nasce dal fermoimmagine.
    E se la Morte si fosse bloccata in omaggio all’opera?
    Il sorriso dello scheletro giustificherebbe l’apprezzamento per un uomo che, pur consapevole della propria finitezza, sospende l’appuntamento fatale attraverso l’atto creativo.
    Questo elemento monocorde evoca un memento mori simbolista, ma filtrato attraverso un Tzimtzum (צִמְצוּם): una contrazione dello spazio sonoro che, lungi dall’annullare la musica, rende possibile la forma pura.
    L’assenza delle altre tre corde – le Moire che rimangono in attesa – suggerisce che il destino non è stato ancora reciso. La misericordia agisce sull’artista concedendogli il tempo di ultimare il suo Tikkun (תִּקּוּן).

    Musicologia del baratro: dal Klezmer al Sol grave
    La mano della Morte presume un suono aperto sul Sol2, la nota più grave, un pedale tellurico che funge da conto alla rovescia. Se questo quadro fosse musica, non sarebbe una marcia funebre accademica, ma una doina klezmer: un lamento che si tende sul bordo del silenzio per poi sfociare in un Freylekh gioioso.
    A differenza del levare jazz, che posticipa l’accento in una tensione catartica, il battere klezmer afferra l’istante ora, senza sprechi, in ossequio al principio del Bal tashchit (בַּל תַּשְׁחִית).
    Böcklin, come un klezmer pittorico, non sfida la Morte con chutzpah (חֻצְפָּה) eccessiva, ma danza con lei in un’ hora circolare, negoziando il ritmo del proprio tramonto.

    Ospitalità Abraamica e lo Shel Yad (שֶׁל יָד) dell’Intelletto
    L’artista non fugge: inclina la testa, il pennello sospeso come uno stilo pronto a decifrare uno Shem (שֵׁם). In questa posa, il violino dello scheletro e la tavolozza del pittore diventano strumenti di una mitzvah intellettuale. Possiamo immaginarli come lo Shel Yad (שֶׁל יָד), legati al bicipite per disciplinare l’azione e sottometterla a un fine superiore.
    Si dice: “quando l’uomo pensa, D*o sorride” (כְּשֶׁאָדָם חוֹשֵׁב, הַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא מְצַחֵק) . Böcklin, pensatore prometeico, non usa l’arte per sfidare l’Eterno, ma per strappargli un sorriso di intesa. Il suo stupore si fa Yir’at Hashem (יִרְאַת הַשֵׁם), timore reverenziale attivo che trasforma il rintocco funebre in una preghiera vibrante.

    Sensu restruendo
    La meraviglia del pittore si incarna infine come il pensiero puro frutto dello stupore intellettuale per l’interruzione della marcia funebre.
    In questo istante sospeso, l’atto del dipingere si configura sensu restruendo: non è solo testimonianza della fine, ma partecipazione attiva alla ricostruzione di un senso che la morte vorrebbe frammentare.
    L’artista non subisce il tempo, lo abita, trasformando la vibrazione del limite nell’architettura di una nuova Babele, finalmente redenta dalla creazione.

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  • SALMO 133 – L’AMORE FRATERNO

    Immagine simbolica ispirata al Salmo 133: l’olio di Aronne, la rugiada dell’Hermon e la vita condivisa dei Fratelli.

    Ho incontrato per caso questo salmo sul web, in un sito dove veniva presentato come preghiera fatta propria dai Templari. Mi ha colpito molto perché l’ho sentito risuonare in me come tante delle attività che ci coinvolgono come Fratelli dentro e fuori dalle mura di questo Tempio.

    Salmo 133
    [1] Canto delle ascensioni. Di Davide.
    Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!
    [2] È come olio prezioso sul capo, che scende sulla barba di Aronne,
    che scende sull’orlo della sua veste.
    [3] È come rugiada dell’Hermon, che scende sui monti di Sion.
    Là il Signore dona la benedizione e la vita per sempre

    La tavola potrebbe essere già terminata qua, tanto sono densi ed eloquenti questi tre versi sul tema della fratellanza. Ma, lungi dal poter migliorare un lavoro così sublime nella sua splendida semplicità, ritengo di poter portare un po’ di attenzione sui dettagli.
    Il numero del Salmo è già il riassunto del cammino del L.’.M.’. : si va dal grado 1° di apprendista al 33° ed ultimo. E il salmo stesso viene usato in grado di apprendista in numerose Obbedienze (soprattutto OltreOceano) come passo del libro Sacro su cui si posizionano la squadra ed il compasso all’inizio dei lavori, laddove nelle nostre officine si sceglie la prima pagina del Vangelo di Giovanni.
    E’ bene intanto sottolineare che il canto delle salite (o delle ascensioni) fa riferimento alla salita al tempio che gli Ebrei compivano ritualmente ogni anno in occasione della Pasqua, che idealmente rispecchia il viaggio che ogni massone fa verso l’Oriente.

    Il primo verso del salmo é una celebrazione dell’amore fraterno che ci unisce e ci accomuna nei lavori di Loggia. Con l’avvicinarsi della Tornata è per me sempre un piacere pensare alla prospettiva di poter ritagliare dalla settimana profana una serata in cui lavorare in armonia con i fratelli, così come è un’emozione poter entrare in contatto (al giorno d’oggi con mezzi impensabili anche solo dieci anni fa) con altri fratelli sparsi sulla superficie della Terra, non importa a quale obbedienza appartengano. Il momento in cui questo si sublima nei lavori di Loggia é la Catena d’Unione, dove infatti – si legge nel nostro rituale – ci “scambiamo il bacio fraterno”.

    L’armonia tra i fratelli, lo spirito di fratellanza e la convivenza donano profonda e mutua soddisfazione alla nostra esistenza. In una prospettiva di “Grande Opera” è responsabilità di noi massoni portare questi momenti di fraternità e concordia – per quanto possibile – nel mondo profano, nella vita di tutti i giorni.

    L’olio prezioso e profumato del secondo verso ci ricorda che questo amore fraterno è sacro: l’olio era infatti tra gli israeliti una prerogativa dei sacerdoti e veniva usato nei rituali di consacrazione di uomini (sacerdoti e regnanti) ed edifici sacri, come segno della presenza del Divino, e come ricordo a chi veniva unto di essere al servizio del Divino e non della propria vanità; l’olio profumato veniva usato inoltre per alimentare le lampade del tempio e quindi da un lato è segno di energia (come combustibile), dall’altro è possibilità di illuminazione; è inoltre evidente che l’olio che cola segna permanentemente tutto ciò che viene in contatto con esso.

    La figura di Aronne è essa stessa carica di significati: nell’antico testamento è colui che parla per conto di Mosè (balbuziente), che conduce il popolo verso la terra promessa, che svolge funzioni sacerdotali, pur restando nella fraternità con il popolo; è un primus inter pares e non é difficile scorgere analogie tra il suo ruolo è quello del M∴ V∴; la barba nelle civiltà mediorientali era (ed è probabilmente tuttora) segno distintivo di dignità, onestà e onorabilità, quindi di bontà di intenti; le vesti sacerdotali (così come i nostri paramenti e le nostre clamidi) hanno ovviamente un significato rituale e sottile di manifestazione delle diverse espressioni del Divino. L’amore fraterno e sacro illumina quindi i fratelli della loggia a partire dalla ragione, che si unisce alle emozioni e ai sentimenti e alle diverse personalità dei fratelli, infondendo loro quell’energia inesprimibile che tutti abbiamo sperimentato nei nostri Lavori.

    Il Monte Hermon – il cui significato letterale in ebraico è “Lume posto in alto” – si trova al confine tra Israele e Libano, a circa 250 km a nord di Gerusalemme, ovvero Sion, quasi esattamente a 33° gradi (sarà un caso?!?) di latitudine nord. E’ la montagna più alta della regione da cui discendono quasi tutti i corsi d’acqua in Palestina che rendono fertili le pianure sottostanti. L’acqua che da Hermon scende verso Sion (a sua volta simbolo delle 12 tribù di Israele, e per traslato dell’unità tra i fratelli) rende possibili sino a tre raccolti l’anno e dà quindi la vita agli esseri viventi che popolano la regione. La rugiada di Hermon è di natura fisica, esteriore e visibile; il suo effetto genera però qualcosa di non immediatamente visibile, interiore e nascosto, come è la vita, tutte le volte che si sviluppa. Simbolicamente quindi l’amore fraterno che si genera in loggia è benedizione Divina, motivo di entusiasmo (derivante dal greco ἐνθουσιασμός : con Dio dentro di sé ), che scende su di noi per spingerci ad aspirare a valori più elevati. E nell’ascesa verso valori più elevati, nell’entusiasmo di quei momenti si trova la spinta che porta ad eternare il ricordo di quei momenti e di quei fratelli, rendendoli eterni nei nostri cuori, come del resto riscontriamo nel corso delle tornate funebri.

    Ho detto.

  • Alcmane’ remix

    Un canto per pernici, penne e sintetizzatori 

    Pernice morta adagiata sul piatto di un giradischi tra mani pronte all’ascolto, immagine simbolica di “Alcmane’ remix”
    La voce delle pernici non viene tradotta: viene rimessa in ascolto.

    Una penna intitolata a Virginia Woolf da mero strumento di scrittura, diviene una soglia, un pretesto per interrogare voce, memoria e modo in cui giocano ad attraversare il tempo.
    La Virginia medica della memoria sapeva ascoltare ciò che non viene più udito, comprendere quel che oramai si dava per assodato. In uno dei suoi scritti ricorda che gli uccelli parlassero greco. E non era codesta la solita metafora colta, ma un’empatica constatazione poetica: la lingua antica non muore, ma continua a cantare ogni dove, nei cori, nei frammenti, negli scarti. In una stanza fatta d’eco e di amore arcaico, la voce della Woolf intercetta quella di Alcmane. In uno sposalizio metatemporale di versi, Alcmane si ripropone come frequenza, in un canto che sopravvive frammentato, come il numero 39, armonizzato dalle pernici “con lingua precisa”.

    ἔπη τάδε καὶ μέλος Ἀλκμὰν
    εὗρε γεγλωσσαμέναν
    κακκαβίδων ὂπα συνθέμενος

    Parole greche d’anzi tempo che “mixano” articolazione, ritmo, sintassi sonora producendo proprio quel canto, che svela la voce delle pernici, la compone ma non la traduce. Perché il matrimonio è connubio, non tradimento.
    Si dice che il primo sintetizzatore musicale fu il Telharmonium di Cahill. Eppure l’idea di sintetizzare non appartiene alla modernità tecnica. È già presente ogni volta che una voce antica viene ricomposta per essere nuovamente udita. Così, grazie a Virginia, il sintetizzatore non è una macchina, ma un vocabolario di voci. Traduce per chi non parla più, o per chi non è mai stato ascoltato.
    Riportando alla superficie voci rimaste sepolte non perché mute, ma perché non comprese, Alcmane non viene recuperato come reperto, ma come canto ancora attivo. Del resto la lingua chiede solo d’esser accolta quando canta, come sa fare.
    Come le pernici di Alcmane: in greco.

  • Lucrezia Borgia

    oltre il mito, dentro la verità

    Figura di Lucrezia Borgia restituita oltre la leggenda nera: non femme fatale del veleno, ma donna del Rinascimento fra politica, cultura e memoria storica.

    Ci sono nomi che, più di altri, arrivano fino a noi deformati da secoli di propaganda, pregiudizi e narrativa popolare. Lucrezia Borgia è uno di questi. Pronunciare il suo nome evoca ancora oggi l’immagine di una femme fatale rinascimentale, avvelenatrice implacabile, strumento di intrighi sessuali e politici.
 Una leggenda nera potentissima, ma quasi interamente costruita a tavolino.
    Eppure, quando ci si avvicina alle fonti storiche con rigore – lettere, atti amministrativi, registri contabili, cronache coeve – emerge una figura profondamente diversa: colta, diplomatica, amministratrice competente, imprenditrice visionaria e, soprattutto, vittima di un contesto politico feroce che non risparmiava nemmeno le donne. Questo articolo vuole fare proprio questo: restituire Lucrezia Borgia alla storia reale, sottraendola alla caricatura romanzesca.

    La nascita di una leggenda: politica, umiliazioni e vendette
    Lucrezia nasce nel 1480, figlia del futuro papa Alessandro VI. È subito percepita come parte di un clan politico “straniero”, quello dei Borgia di origine valenzana, bersaglio naturale dei baronaggi romani e dei loro cronisti.
    La sua giovinezza viene travolta da una macchina politica che la utilizza come strumento di alleanze matrimoniali. E proprio uno di questi matrimoni — quello con Giovanni Sforza — genera l’accusa che segnerà la sua vita.
    Quando il Papa decide di sciogliere l’unione per mutati equilibri politici, costringe Sforza a una dichiarazione umiliante: ammettere la non consumazione del matrimonio.
Sforza, ferito nell’onore, risponde con la più violenta arma retorica del tempo: accusa i Borgia di incesto.
    Non c’è una prova storica, nemmeno una mezza testimonianza concordante. Ma la calunnia è perfetta per i nemici del Papa. I cronisti ostili se ne appropriano. La voce diventa storia. La storia diventa mito.

    Tra violenza e politica: Lucrezia come vittima, non carnefice
    Il secondo matrimonio, questa volta con Alfonso d’Aragona, è probabilmente l’unico legame affettivo autentico della sua vita romana. 
Alfonso verrà assassinato, sì, ma da sicari armati agli ordini di Cesare Borgia — e non da Lucrezia.
    Le cronache mostrano una giovane donna che:
    – veglia il marito ferito,
    – mette guardie alla porta per proteggerlo dal fratello,
    – prepara il cibo personalmente temendo avvelenamenti,
    – viene allontanata con un pretesto proprio mentre Alfonso viene strangolato.
    Questo episodio, se davvero venisse compreso, basterebbe da solo a demolire il mito della donna sanguinaria.

    Il veleno che non c’è: la Cantarella, mito letterario
    La storia della “Cantarella”, il veleno che Lucrezia avrebbe somministrato tramite un anello cavo, è un prodotto ottocentesco alimentato da teatro e romanzi. 
Le fonti e gli studi moderni mostrano chiaramente che:
    – non esiste nessun oggetto attribuibile a Lucrezia con meccanismi da avvelenamento;
    – gli anelli a scomparto erano usati per reliquie, profumi o ricordi;
    – le morti “sospette” del tempo sono del tutto compatibili con le epidemie estive del Cinquecento;
    – nessuna vittima è attribuibile a Lucrezia in modo credibile.
    Il mito, dunque, rimane tale. Suggestivo, drammatico, ma infondato.

    Ferrara: dove Lucrezia diventa davvero se stessa
    È a Ferrara, dopo il matrimonio con Alfonso d’Este, che Lucrezia esprime tutto ciò che Roma le aveva impedito di essere.
    Colta e centrale nella vita culturale
    – ospita e sostiene artisti come Dosso Dossi, Tiziano, Strozzi;
    – crea una corte che diventa tra le più brillanti d’Europa;
    – intreccia un rapporto intellettuale con Pietro Bembo, di cui restano lettere di straordinaria raffinatezza.
    Amministratrice competente
    Durante le assenze del marito — impegnato nelle guerre contro Venezia e contro lo Stato Pontificio — Lucrezia governa Ferrara con equilibrio e rigore.
 Organizza rifornimenti, gestisce la diplomazia, si espone economicamente per pagare truppe e difese.
    Imprenditrice visionaria
    Gli studi moderni sui registri estensi mostrano un aspetto sorprendente: Lucrezia investe massicciamente in attività produttive.
    – Bonifica terreni paludosi trasformandoli in campi fertili.
    – Introduce l’allevamento delle bufale nel territorio ferrarese.
    – Sviluppa una micro-finanza ducale basata su prestiti e gestione autonoma delle rendite.
    Un approccio imprenditoriale ante litteram, che produce valore reale per il territorio.
    La duchessa amata dal popolo
    I ferraresi la chiamano “la nostra buona duchessa”: appellativo incompatibile con qualsiasi leggenda nera.
 Lucrezia non ispira paura, ma gratitudine.

    Gli ultimi anni: spiritualità, dolore e dignità
    La vita di Lucrezia è segnata da lutti, gravidanze difficili, guerre continue. Negli ultimi anni si avvicina alla spiritualità francescana, diventa terziaria, intensifica opere di carità.
    Muore nel 1519 per febbre puerperale, una complicazione del parto impossibile da dominare all’epoca.
 Il marito, spesso rappresentato come distante, la piange come “dolce compagna”.
    La donna che muore a Ferrara non è la figura di Hugo, né la femme fatale di Donizetti. 
È una donna stremata, ma rispettata e amata.

    Conclusione: la verità restituita
    Smontare la leggenda nera su Lucrezia Borgia non significa edulcorare la storia.
Significa, al contrario, restituire a una donna del Rinascimento la complessità che merita.
    – Fu vittima della propaganda politica più feroce del suo tempo.
    – Fu ingranaggio, non regista, della violenza dei Borgia.
    – Fu colta, diplomatica, imprenditrice, amministratrice capace.
    – Fu, infine, una donna che seppe reinventarsi, costruire valore e meritarsi stima autentica.
    Lucrezia Borgia non è il mostro della tradizione:
 è una delle figure femminili più straordinarie e ingiustamente fraintese della nostra storia.

    Bibliografia:
    Una conferenza per sfatare la leggenda nera dei Borgia – Storia in Rete, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://storiainrete.com/una-conferenza-per-sfatare-la-leggenda-nera-dei-borgia/
    10 Facts About Lucrezia Borgia | History Hit, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.historyhit.com/facts-about-lucrezia-borgia/
    Were the Borgias Really So Bad? – History Today, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.historytoday.com/history-matters/were-borgias-really-so-bad
    Lucrezia Borgia as Entrepreneur* | Renaissance Quarterly | Cambridge Core, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.cambridge.org/core/journals/renaissance-quarterly/article/lucrezia-borgia-as-entrepreneur/FAE13E7E0AF11FE2555416A67A8EFA06
    Renaissance Capitalist: New Research Answers Mystery About Illegitimate Daughter of Pope – USC Today, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://today.usc.edu/renaissance-capitalist-new-research-answers-mystery-about-illegitimate-daughter-of-pope/
    Know who you’re Googling: Lucrezia Borgia – The Big Smoke, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://thebigsmoke.com.au/2016/02/27/kwyg-know-googling-borgia-history/
    Lucrezia Borgia – Wikipedia, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://en.wikipedia.org/wiki/Lucrezia_Borgia
    Poisonous Women: Lucrezia Borgia – KLEAN Magazine, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.theklean.com/green/lucrezia-borgia/poisonous-women
    Philosophical Roots of Love: Lucrezia Borgia and Pietro Bembo – Prezi, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://prezi.com/p/jyqogeozx9mg/philosophical-roots-of-love-lucrezia-borgia-and-pietro-bembo/
    Lucrezia Borgia, a “Pearl among Women”, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.monstrousregimentofwomen.com/2015/11/lucrezia-borgia-pearl-among-women.html
    September | 2017 – Histastrophe!, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://histastrophe.com/2017/09/
    Full text of “Lucretia Borgia According to Original Documents and Correspondence of Her Day”, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, http://archive.org/stream/lucretiaborgiaac20804gut/pg20804.txt
    Lucrezia Borgia: Is Her Bad Reputation Deserved? | HistoryExtra, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.historyextra.com/period/renaissance/lucrezia-borgia-reputation-adulteress-pope-alexander-vi/
    The Borgias by Alexandre Dumas – Full Text Archive, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.fulltextarchive.com/book/The-Borgias/
    Biography of Lucrezia Borgia, Daughter of Pope Alexander VI – ThoughtCo, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.thoughtco.com/lucrezia-borgia-bio-3529703
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    The intermediary role played by local officials and barons in the Papal States: The Case of the administration of Spoleto at the, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://phd.uniroma1.it/dottorati/cartellaDocumentiWeb/815ebd38-c8d9-4541-bbf2-c1a3a51ac3de.pdf
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    Toxicology in the Borgias period: The mystery of Cantarella poison – ResearchGate, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.researchgate.net/publication/324894387_Toxicology_in_the_Borgias_period_The_mystery_of_Cantarella_poison
    Cantarella: Potent Renaissance Poison Made from Insects – Dirty Sexy History, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://dirtysexyhistory.com/2015/04/02/c-is-for-cantarella-potent-renaissance-poison-made-from-insects/
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    The legend of the Borgia poison rings – The Beading Gem, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.beadinggem.com/2007/01/legend-of-borgia-poison-rings.html
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    The mysterious world of poison rings – Recollections Blog, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://recollections.biz/blog/the-mysterious-world-of-poison-rings/
    Was Lucrezia Borgia really a passionate poisoner? – Modern Legends, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://modernlegends.wordpress.com/2016/09/20/was-lucrezia-borgia-really-a-passionate-poisoner/
    Lucrezia Borgia, Duchess of Ferrara | Encyclopedia.com, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.encyclopedia.com/history/encyclopedias-almanacs-transcripts-and-maps/lucrezia-borgia-duchess-ferrara
    Lucrezia Borgia’s Love Letters – Atlas Obscura, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.atlasobscura.com/places/lucrezia-borgias-love-letters
    Prettiest Love Letters in the World – Lucrezia Borgia – Google Books, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://books.google.com/books/about/Prettiest_Love_Letters_in_the_World.html?id=InGpD-H2ypQC
    Display case with the hair of Lucrezia Borgia – Veneranda Biblioteca Ambrosiana, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://ambrosiana.it/en/opere/display-case-with-the-hair-of-lucrezia-borgia/
    Reliquary of Lucretia Borgia’s Hair Lock at the Pinacoteca Ambrosiana in Milan, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.visit-milan-italy.com/museums/ambrosiana/lucretia-borgia-hair-lock-ambrosiana-milan-italy.html
    Lucrezia Borgia duchessa, imprenditrice e devota, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://asmo.cultura.gov.it/fileadmin/risorse/testi/Quaderni_Estensi/QE_2_2010/ghirardo.pdf
    She sold family jewels to produce buffalo mozzarella. The unheard-of (and incredible) story of Lucrezia Borgia – Gambero Rosso, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.gamberorossointernational.com/news/she-sold-family-jewels-to-produce-buffalo-mozzarella-the-unheard-of-and-incredible-story-of-lucrezia-borgia/
    LUCREZIA BORGIA, UN’IMPRENDITRICE ALL’AVANGUARDIA – Donne nel Tempo, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.donneneltempo.it/index.php/blog/donne-nell-eta-moderna/167-lucrezia-borgia-un-imprenditrice-all-avanguardia
    Lucy Brocadelli – Wikipedia, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://en.wikipedia.org/wiki/Lucy_Brocadelli
    Lucrezia Borgia, Duchess of Ferrara: Dosso and Battista Dossi – NGV, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.ngv.vic.gov.au/essay/lucrezia-borgia-duchess-of-ferrara/
    Sepsis / Septicemia | – Institut Pasteur, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://www.pasteur.fr/en/medical-center/disease-sheets/sepsis-septicemia
    Peacemakers and Philosophers: 8 Remarkable Women Who Died in Childbirth, accesso eseguito il giorno dicembre 1, 2025, https://historycollection.com/peacemakers-politicians-physicists-philosophers-eight-remarkable-women-died-childbirth/

  • Maestri e Defunti

    In ogni parte del nostro percorso di vita, abbiamo davanti a noi figure che ci guidano, che mostrano un modello di comportamento, di entusiasmo, e di ricerca: li definiamo Maestri. I maestri non solo impartiscono conoscenza, ma — ancor meglio — incarnano un ideale, un modo essere: nella ricerca, nella generosità, nella coerenza del proprio percorso.

    L’esempio dei maestri.

    L’esempio dei maestri
    Quando guardiamo un maestro — qualcuno che ha vissuto con passione, che ha saputo correggere, insegnare non solo con le parole ma con le azioni — ci accorgiamo che la vera lezione non è solo sapere, ma essere. Un maestro ci invita, con la sua presenza, ad alzare lo sguardo oltre il consueto: ci mostra che le difficoltà non sono ostacoli insormontabili, che il valore del servizio, dell’umiltà, dell’impegno contano più delle parole di circostanza.
    Seguire un maestro significa però mettersi in cammino: è accettare che la conoscenza si trasformi in una sana responsabilità, che la libertà si declini come dono e non solo come possibilità, che la vita abbia un orizzonte chiaro.
    Egli mostra la via, ma non la percorre per conto di altri; accende la fiamma, ma lascia che sia il discepolo a custodirla.

    Il ricordo dei defunti
    Allo stesso tempo, coloro che ci hanno preceduti e che con la loro esistenza hanno lasciato un segno, diventano un richiamo alla memoria e un patrimonio da custodire. Ricordare non è semplicemente riportare alla mente volti e date: è far sì che la loro esistenza continui a ispirare e a interrogare.
    Quindi la figura di un Maestro defunto assume una dimensione ulteriore: non è più solo vicino, ma entra nella memoria collettiva, diventa riferimento stabile. Il suo insegnamento non è confinato al tempo in cui esso era presente, ma vive nel ricordo, nell’emulazione, nel passaggio di testimone.
    L’esempio dei Maestri e il ricordo dei Defunti rappresentano la catena d’unione che attraversa il tempo.
    Ogni iniziato, quando si sforza di operare nel Bene, diventa egli stesso anello di quella catena: il suo pensiero, la sua opera, la sua condotta saranno, un giorno, la Luce per altri.

    Così, la morte non distrugge: ma trasforma.
    Il Maestro diventa Defunto; il Defunto diventa simbolo; il simbolo diventa principio universale. Meditare sull’esempio dei Maestri e sul ricordo dei Defunti è certamente compiere un atto di elevazione.
    È riconoscere che l’essere umano è un costruttore di continuità: ciò che egli pensa, dice e fa diventa parte di una catena che non si può spezzare.
    Quando la vita ci chiama a essere Maestri per altri, ricordiamo la responsabilità che ciò comporta. Quando la vita ci invita a onorare i Defunti, ricordiamo che il modo più alto per farlo è vivere in modo degno della loro memoria.
    Così la fiamma che essi hanno acceso non si spegnerà, ma continuerà a risplendere in altri cuori e in altri tempi.
    E il ciclo della Luce che è conoscenza, virtù e servizio proseguirà senza fine, come il sole che, pur tramontando, torna sempre a sorgere all’Oriente.

    Ora qualche riflessione sulla necessità di Dialogo tra Oriente e Occidente: una doppia via della Luce
    La filosofia orientale insegna la via della contemplazione: dissolvere l’illusione dell’ego personale, scoprire che tutto è parte di un principio comune.
    Quella occidentale insegna la via della costruzione: affermare l’essere attraverso l’etica, la ragione e la libertà.
    L’una tende primariamente al silenzio, l’altra alla parola;
    Il Maestro orientale insegna a “meditare” per lasciare che la verità emerga; il Maestro occidentale insegna a “fare bene” per rendere manifesta la verità.
    Il pensiero occidentale, fondato primariamente sulla tradizione greco-romana e poi sulla scienza moderna, ha esaltato la ragione analitica come strumento di conoscenza.
    Questo ha portato a una visione spesso riduzionista della realtà, in cui tutto ciò che non è misurabile o dimostrabile viene considerato irrilevante; l’esperienza interiore, l’intuizione e la dimensione simbolica dell’esistenza vengono cosi svalutate.
    Le filosofie orientali (come il taoismo o il buddhismo zen) riconoscono all’intuizione e alla percezione diretta un valore conoscitivo profondo, complementare alla logica.
    Mentre l’Occidente “spiega” il mondo, l’Oriente cerca di “entrare in sintonia” con esso.
    L’Occidente ha costruito la sua forza sul concetto di individuo autonomo e libero, portando a conquiste straordinarie in termini di diritti e creatività personale. Tuttavia, questo principio è degenerato spesso in egocentrismo e competitività malsana. La logica occidentale, fondata sulla distinzione netta fra vero/falsobene/malecorpo/mente, ha quindi favorito il progresso tecnico ma anche una mentalità divisiva.
    La filosofia orientale tende a riconciliare gli opposti — lo yin e lo yang del famoso simbolo nero e bianco non si escludono infatti, ma si completano.
    Dove l’Occidente cerca di vincere il “male”, l’Oriente cerca di trascenderlo, comprendendo che fa parte dell’unità della vita.
    Ma il cammino iniziatico riconosce entrambe le vie come necessarie:
    senza la contemplazione, l’azione è cieca; viceversa senza azione, la contemplazione è sterile. Nell’ascolto di entrambi, si impara che la vera conoscenza non è possesso, ma equilibrio tra Essere e Divenire.
    Quando troviamo armonia tra queste due visioni, la morte perde il suo volto di fine, e la vita acquista quello di compimento.
    Il Defunto, accolto nell’Oriente eterno, continua a partecipare all’Opera, come eco luminosa che risuona nel tempo.
    Così l’Uomo che cerca la Verità scopre che non cammina solo: accanto a lui, invisibili ma presenti, ci sono coloro che hanno insegnato e coloro che hanno oltrepassato.
    Essi sono la Catena d’Unione della Luce, che nessuna notte può spezzare.

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