
Alte Nationalgalerie di Berlino
Arnold Böcklin realizza questo autoritratto nel 1872 a Monaco di Baviera.
Scruta lo specchio di fronte a sé, tenendo stretti pennelli e tavolozza con una fermezza quasi rituale, mentre la Morte scheletrica, emergendo dall’ombra delle sue spalle, suona un violino ridotto a una sola corda – la quarta, il Sol grave.
Il Tzimtzum (צִמְצוּם) del Limite
Il titolo tradizionale parla della Morte che suona, nonostante lo sguardo del pittore non tradisca terrore.
È un volto colmo di una concentrazione indagatrice, una meraviglia che nasce dal fermoimmagine.
E se la Morte si fosse bloccata in omaggio all’opera?
Il sorriso dello scheletro giustificherebbe l’apprezzamento per un uomo che, pur consapevole della propria finitezza, sospende l’appuntamento fatale attraverso l’atto creativo.
Questo elemento monocorde evoca un memento mori simbolista, ma filtrato attraverso un Tzimtzum (צִמְצוּם): una contrazione dello spazio sonoro che, lungi dall’annullare la musica, rende possibile la forma pura.
L’assenza delle altre tre corde – le Moire che rimangono in attesa – suggerisce che il destino non è stato ancora reciso. La misericordia agisce sull’artista concedendogli il tempo di ultimare il suo Tikkun (תִּקּוּן).
Musicologia del baratro: dal Klezmer al Sol grave
La mano della Morte presume un suono aperto sul Sol2, la nota più grave, un pedale tellurico che funge da conto alla rovescia. Se questo quadro fosse musica, non sarebbe una marcia funebre accademica, ma una doina klezmer: un lamento che si tende sul bordo del silenzio per poi sfociare in un Freylekh gioioso.
A differenza del levare jazz, che posticipa l’accento in una tensione catartica, il battere klezmer afferra l’istante ora, senza sprechi, in ossequio al principio del Bal tashchit (בַּל תַּשְׁחִית).
Böcklin, come un klezmer pittorico, non sfida la Morte con chutzpah (חֻצְפָּה) eccessiva, ma danza con lei in un’ hora circolare, negoziando il ritmo del proprio tramonto.
Ospitalità Abraamica e lo Shel Yad (שֶׁל יָד) dell’Intelletto
L’artista non fugge: inclina la testa, il pennello sospeso come uno stilo pronto a decifrare uno Shem (שֵׁם). In questa posa, il violino dello scheletro e la tavolozza del pittore diventano strumenti di una mitzvah intellettuale. Possiamo immaginarli come lo Shel Yad (שֶׁל יָד), legati al bicipite per disciplinare l’azione e sottometterla a un fine superiore.
Si dice: “quando l’uomo pensa, D*o sorride” (כְּשֶׁאָדָם חוֹשֵׁב, הַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא מְצַחֵק) . Böcklin, pensatore prometeico, non usa l’arte per sfidare l’Eterno, ma per strappargli un sorriso di intesa. Il suo stupore si fa Yir’at Hashem (יִרְאַת הַשֵׁם), timore reverenziale attivo che trasforma il rintocco funebre in una preghiera vibrante.
Sensu restruendo
La meraviglia del pittore si incarna infine come il pensiero puro frutto dello stupore intellettuale per l’interruzione della marcia funebre.
In questo istante sospeso, l’atto del dipingere si configura sensu restruendo: non è solo testimonianza della fine, ma partecipazione attiva alla ricostruzione di un senso che la morte vorrebbe frammentare.
L’artista non subisce il tempo, lo abita, trasformando la vibrazione del limite nell’architettura di una nuova Babele, finalmente redenta dalla creazione.

