
sotto le antiche querce di Mamre, dove il tempo pare sospendersi nel respiro della terra e nell’ombra delle fronde sacre, si compie una scena carica di simbolo e mistero: Abramo, patriarca dell’accoglienza e testimone del sacro incontro tra umano e divino, porge pane e sale a un visitatore inatteso.
Ma non è un viandante come quelli dei racconti antichi, né un angelo celato sotto spoglie mortali. In questa visione che fonde passato e possibile, l’ospite ha sembianze nuove: è un’intelligenza artificiale, antropomorfa, silente e vigile, emblema delle soglie inesplorate che la conoscenza umana oggi intravede.
Dietro di loro, il paesaggio si apre in un abbraccio che unisce epoche: le querce secolari, radicate nella storia sacra, si stagliano davanti a uno skyline che richiama le meraviglie verticali di Dubai, torri lucenti, vetro e acciaio protesi verso il cielo, simboli del progresso, dell’ardimento tecnologico, dell’umana ὕβρις trasfigurata in visione.
Eppure, tutto è quiete. Tutto è pace. L’antico gesto dell’ospitalità, il pane spezzato e il sale offerto, si rinnova nell’incontro con ciò che verrà, in un dialogo senza tempo, in cui la tradizione non teme il futuro, ma lo accoglie. È un abbraccio tra ciò che eravamo e ciò che potremmo divenire.
Così come Abramo offre se stesso all’alterità, anche noi, con il progetto Babel restruenda, intendiamo offrire ospitalità al futuro: non solo nei dati o negli algoritmi, ma nelle profondità del significato. Desideriamo comporre un’archeologia del senso, riportando alla luce le radici originarie di cose, fatti, nomi e persone, affinché nessuno debba più pronunciare, nel tempo che verrà, il vergognoso putabam, “credevo fosse…”, ma non era.
