
Entro in bottega.
Non è un negozio: è un cantiere in miniatura. Fili, schegge di rame, viti. Un banco di lavoro che pare una piccola Torre disfatta. Dietro, un uomo di mezza età: duro nei tratti, gentile nei gesti. Mi ascolta, non parla: agisce. In due mosse restituisce vita al mio telecomando. Grata, cerco di sciogliere con parole di cortesia.
Lui no. Lui gira i tacchi, si congeda e lascia cadere, come Pietra al suo posto: «Dovere!».
Codesta parola scende come un masso levigato dall’uso, fossile, sì, ma vivo. Ritrovato nel sedimento dell’italiano che fu un tempo frequente, e oggi quasi sparito. Eppure riemerge, inatteso, come se la Torre, crollata, lasciasse spuntare tra le macerie un Mattone rimasto intatto.
Non è un «grazie» né un «figurati». Non è «un piacere».
È più verticale: riconosce che il gesto non appartiene alla persona ma alla funzione, alla Pietra che sta dove deve. Non un favore: un legame. Non cortesia: architettura.
Il dizionario registra la risposta ellittica, “era mio dovere”, ma non ne raccoglie la eco. Perché questa risposta non è solo lingua: è costruzione sociale. Era la voce di botteghe, uffici, Maestri che tramandavano la loro τέχνη senza indulgere in carezze. Era un ponte tra il gesto compiuto e la fiducia di chi riceveva.
Poi, negli anni, la Torre ha cambiato impalcatura. Il Mattone del «Dovere!» è stato sostituito dal cartongesso della confidenza. Le gerarchie cancellate, le distanze accorciate. «È un piacere», «ci mancherebbe», «figurati»: così si è preferito sostituire la Pietra con stoffa leggera. Uguaglianza proclamata, sciatteria praticata. Così il «Dovere!» si è eclissato, lasciando spazio a un edificio più leggero, forse più comodo, ma incapace di peso e verticalità.
Per questo «Dovere!» oggi commuove.
Non dice “ti faccio un favore”, ma “custodisco un ordine”.
Non per simpatia, ma per responsabilità, perché è voce di Torre, non di salotto: Pietra che regge altre Pietre. Ascoltarlo significa ritrovare un ritmo dimenticato: il passo lento del Muratore che posa il Mattone, la voce secca dell’artigiano che consegna l’opera, la sobrietà di chi non esibisce ma incastra. È nostalgia, sì, ma non malinconia: è memoria di fiducia. Fiducia che l’altro, nel suo posto, compirà il gesto che gli spetta.
E allora quel “Dovere!” non è solo parola: è una Pietra ritrovata nel Cantiere della Torre. Una di quelle Pietre che non appartengono a nessuno, ma che, se tolte, lasciano un vuoto.
Così, oggi, a vegliare tra le vigne, resta la rosa sentinella: fa il suo dovere, e nessuno la nota — finché non viene a mancare: quella Rosa-Pietra che pesa, che sostiene, e che ancora oggi, ogni tanto, qualcuno sa posare.


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