a Giovanni Michelini,
Fratello d’Arno e di memoria

I. Il ponte e Chimera
Si dice che tra Certaldo e Scandicci il fiume parli di notte.
Non sempre:
solo quando l’aria si fa densa come pagina troppo riletta,
e la luna, stanca d’esser riflessa, si stende sull’acqua come foglio stropicciato.
Allora
doppio s’ode il mormorio: l’uno ride piano, l’altro sospira.
Sono Boccaccio e Campana, che si ritrovano, tra i secoli, per colpa d’una Chimera.
Boccaccio viene a piedi da Certaldo, col passo greve di chi ha riso troppo e teme d’aver offeso gli dèi. Porta in tasca un fiammifero spento: dice che servirà a bruciare il libro che non ha avuto il coraggio d’incendiare.
Campana arriva da Marradi, scalzo come un visionario in congedo. Tiene tra le dita un frammento di sole, il suo “sorriso di lontananze ignote”.
S’incontrano sul ponte, dove il fiume stringe il respiro di Firenze.
Boccaccio abbassa gli occhi: «La carne ride, e io ne ho vergogna».
Campana alza il capo: «La carne piange, e io non so perché».
Chimera li ascolta e sorride del suo mestiere: è lei che li tiene vivi, una bestia metà memoria e metà presagio.
Da lontano li osserva Sennuccio, e non parla.
Tiene in mano un foglio bianco, e nel vuoto scrive con l’aria: la follia è solo l’ombra del lume che mai si spense.
E il fiume continua, portando via le parole,
come se Firenze — e tutto ciò che fu poesia — non fosse che un respiro di passaggio.
II. Un drappo ballerino
Quando il fiume smise di mormorare, Chimera si accovacciò sul parapetto.
Persa l’abitudine di ruggire, andava respirando piano, custode forse d’un segreto?
Boccaccio e Campana, stanchi di parole, si sedettero accanto.
Le loro voci, che fino a poco prima avevano illuminato l’acqua, si spegnevano a tratti, come candele bagnate.
Fu allora che si accorsero di lui, Sennuccio.
Era lì da sempre, ma il suo silenzio lo aveva reso invisibile. Un panno, trasparente come nebbia d’alba, gli copriva il volto.
Non pregava, non dormiva: osservava.
Nel suo tacere, la tensione celata di Eschilo, la grazia di un dolore arcaico: chi tace non nega la parola, la trasforma.
Campana si chinò verso di lui: «Fratello, cosa taci?»
Sennuccio non rispose: il velo trapelò solo d’un respiro.
Boccaccio comprese: «Non tace, diventa.»
Chimera, sollevando la testa, intuiva: «Chi ha troppo sentito può solo tacere. Il dire, prima o poi si spegne partorendo l’eco che salva.»
L’acqua, d’improvviso, si trattenne: voleva ascoltare anche lei.
Poi tutto riprese a scorrere.
E da quell’istante, quando l’Arno si zittisce,
il vento tra gli zendali ammicca a Certaldo e Scandicci.

III. Deh, silenzio chiassoso!
La notte s’era fatta spessa, come se il fiume avesse bevuto la luce.
Chimera fissava l’acqua.
Campana, cauto, sussurrò: «Forse ora ammutolisce anche l’Arno.»
Boccaccio, quasi ad arriderlo, sfidò la fiera: «Messer Dino, l’acqua tace solo a chi non ascolta.»
Dal velo di Sennuccio, un fremito malcelato, come respiro del corpo che ricorda, svelando invero voci infinitesime, antenati, lingue dimenticate, battiti di chi aveva vissuto e respirava ancora, attraverso lui.
«Il silenzio non esiste, – insisteva Chimera – è solo luogo dove il suono cambia nome e pure Morte prende parola e Voi, quella, non sapete tradurla.»
Sennuccio sbucava incuriosito dal cencio, e tutti s’accorsero che volto non aveva: era un campo di vento, dove bocche tormentate parlavano e parlavano…
«Scriviamo – suggerì Boccaccio – per non morire del tutto.»
«Scriviamo – annuì Campana – per restare rumorosi anche nel sogno.»
Chimera rideva in disparte: «Scrivete pure, miei folli! Terrò sveglio il vostro silenzio.»
IV. Suono comincia a destarsi
All’alba il fiume non parlando, non tacendo, respira d’acqua.
Quel ponte, caldo come riva del Cefiso, cullava il sonno dei poeti,
mentre trema l’aria ad ogni piè sospinto.
Forse un uccello, od una parola, il fremito dell’ebbrezza passata?
Boccaccio guardava verso Certaldo:
la sua casa, i libri, quel mesto chiaro di luna che non aveva ucciso.
Campana puntava a Marradi:
il treno, la polvere, le angosce ancora lo chiamavano.
Sennuccio fermo, si placava:
il velo ondeggiava come marinaio che non vuole approdo.
Il fiume era in loro.
Ogni cellula un mormorio, ogni respiro un ritorno di specie.
Chimera non c’era più, o forse s’era dispersa nei loro pensieri:
aveva vinto la sua partita, confondendo le distanze.
Boccaccio disse: «Forse non abbiamo mai parlato.»
Campana rispose: «Forse non abbiamo mai taciuto.»
Mentre il sole, passando di tra le foglie, accendeva riflessi rosa e gialli sulle acque basse.
Sennuccio si scoprì: era Luce.
Da allora, quando s’attraversa l’Arno tra Scandicci e Certaldo,
si sente talvolta un suono che non è suono, un soffio che non smette di dire.
Son ancora loro due,
a questionare del rumore nel silenzio che non c’è.

V. Il viaggio del battello ebbro
Il fiume non scorre, ma lo sogna: un battello ebbro, senza timone, avanza nonostante tutto
trainato da ciò che fu detto, o che rimase in gola: l’Arno, il mare della loro memoria.
Sennuccio siede a poppa, come un’ombra lucida.
Boccaccio cerca nei riflessi dell’acqua le risate perdute.
Campana guarda le rive che fuggono e mormora versi che nessuno scriverà mai.
Chimera, sdraiata sulla prua, tiene il capo basso, come per spiare i pensieri del fiume.
Ogni tanto la barca s’inclina, a brindare co’ poeti.
E proprio quando la quiete sembra compiuta, arriva lei: una mosca dispettosa, piccola e insistente, a ronzare in testa come l’idea in ritardo.
Si posa sulla spalla di Sennuccio, che non la scaccia: sorride, come chi ritrova un fastidio amato.
Passa su Boccaccio, che sospira: «Ecco il lettore che non tace mai!»
Poi rimbalza su Campana, pizzicandogli l’orecchio: questo ride, e il natante ondeggia solidale.
Infine la mosca, felice e stanca quanto loro, si posa sul naso di Chimera.
La bestia incrocia il suo sguardo ma non ruggisce, né divora: riconosce.
Entrambe tremano dello stesso impulso di vita, della stessa, antica, inevitabile, natura.
Il battello prosegue, curvo nel pentagramma delle onde, sussurrando sillabe confuse.
Nessuno sa dove vada — e forse non va da nessuna parte.
Ma finché la mosca ronza e il fiume respira, l’errare continua tra quei brindisi
dove poeti, chimere e silenzi birichini ridono scanzonando la loro eternità.


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