Categoria: Canti

Un canto è voce che si fa respiro collettivo. Nasce spesso nel lavoro, nel dolore, nella festa, nella speranza. Non chiede di essere ascoltato: accade. E resta.
In questa sezione raccogliamo canti che hanno attraversato il tempo, cambiando forma, testo, senso.
Canti di lotta diventati inni, canti rituali trasformati in folklore, melodie dimenticate, ma ancora vive nel fondo di qualche voce.
Ne cerchiamo l’origine: dove e come sono nati, chi li ha cantati la prima volta, in quale lingua, con quale ritmo.
Non per giudicare ciò che sono diventati, ma per ascoltarli come erano all’inizio — quando erano ancora una necessità, e non un repertorio.
Ogni canto è un mattone sonoro, posato con la voce, per tenere insieme ciò che la storia spesso separa.

  • Trattatello in laude a Sennuccio

    a Giovanni Michelini,
    Fratello d’Arno e di memoria

    Boccaccio, Dino Campana, Sennuccio e Chimera su un ponte sull’Arno al crepuscolo

    I. Il ponte e Chimera
    Si dice che tra Certaldo e Scandicci il fiume parli di notte.
    Non sempre:
    solo quando l’aria si fa densa come pagina troppo riletta,
    e la luna, stanca d’esser riflessa, si stende sull’acqua come foglio stropicciato.
    Allora
    doppio s’ode il mormorio: l’uno ride piano, l’altro sospira.
    Sono Boccaccio e Campana, che si ritrovano, tra i secoli, per colpa d’una Chimera.
    Boccaccio viene a piedi da Certaldo, col passo greve di chi ha riso troppo e teme d’aver offeso gli dèi. Porta in tasca un fiammifero spento: dice che servirà a bruciare il libro che non ha avuto il coraggio d’incendiare.
    Campana arriva da Marradi, scalzo come un visionario in congedo. Tiene tra le dita un frammento di sole, il suo “sorriso di lontananze ignote”.
    S’incontrano sul ponte, dove il fiume stringe il respiro di Firenze.
    Boccaccio abbassa gli occhi: «La carne ride, e io ne ho vergogna».
    Campana alza il capo: «La carne piange, e io non so perché».
    Chimera li ascolta e sorride del suo mestiere: è lei che li tiene vivi, una bestia metà memoria e metà presagio.
    Da lontano li osserva Sennuccio, e non parla.
    Tiene in mano un foglio bianco, e nel vuoto scrive con l’aria: la follia è solo l’ombra del lume che mai si spense.
    E il fiume continua, portando via le parole,
    come se Firenze — e tutto ciò che fu poesia — non fosse che un respiro di passaggio.

    II. Un drappo ballerino
    Quando il fiume smise di mormorare, Chimera si accovacciò sul parapetto.
    Persa l’abitudine di ruggire, andava respirando piano, custode forse d’un segreto?
    Boccaccio e Campana, stanchi di parole, si sedettero accanto.
    Le loro voci, che fino a poco prima avevano illuminato l’acqua, si spegnevano a tratti, come candele bagnate.
    Fu allora che si accorsero di lui, Sennuccio.
    Era lì da sempre, ma il suo silenzio lo aveva reso invisibile. Un panno, trasparente come nebbia d’alba, gli copriva il volto.
    Non pregava, non dormiva: osservava.
    Nel suo tacere, la tensione celata di Eschilo, la grazia di un dolore arcaico: chi tace non nega la parola, la trasforma.
    Campana si chinò verso di lui: «Fratello, cosa taci?»
    Sennuccio non rispose: il velo trapelò solo d’un respiro.
    Boccaccio comprese: «Non tace, diventa
    Chimera, sollevando la testa, intuiva: «Chi ha troppo sentito può solo tacere. Il dire, prima o poi si spegne partorendo l’eco che salva
    L’acqua, d’improvviso, si trattenne: voleva ascoltare anche lei.
    Poi tutto riprese a scorrere.
    E da quell’istante, quando l’Arno si zittisce,
    il vento tra gli zendali ammicca a Certaldo e Scandicci.

    Drappo dorato sospeso nel vento come velo poetico

    III. Deh, silenzio chiassoso!
    La notte s’era fatta spessa, come se il fiume avesse bevuto la luce.
    Chimera fissava l’acqua.
    Campana, cauto, sussurrò: «Forse ora ammutolisce anche l’Arno.»
    Boccaccio, quasi ad arriderlo, sfidò la fiera: «Messer Dino, l’acqua tace solo a chi non ascolta.»
    Dal velo di Sennuccio, un fremito malcelato, come respiro del corpo che ricorda, svelando invero voci infinitesime, antenati, lingue dimenticate, battiti di chi aveva vissuto e respirava ancora, attraverso lui.
    «Il silenzio non esiste, – insisteva Chimera – è solo luogo dove il suono cambia nome e pure Morte prende parola e Voi, quella, non sapete tradurla
    Sennuccio sbucava incuriosito dal cencio, e tutti s’accorsero che volto non aveva: era un campo di vento, dove bocche tormentate parlavano e parlavano…
    «Scriviamo – suggerì Boccaccio – per non morire del tutto
    «Scriviamo – annuì Campana – per restare rumorosi anche nel sogno
    Chimera rideva in disparte: «Scrivete pure, miei folli! Terrò sveglio il vostro silenzio

    IV. Suono comincia a destarsi
    All’alba il fiume non parlando, non tacendo, respira d’acqua.
    Quel ponte, caldo come riva del Cefiso, cullava il sonno dei poeti,
    mentre trema l’aria ad ogni piè sospinto.
    Forse un uccello, od una parola, il fremito dell’ebbrezza passata?
    Boccaccio guardava verso Certaldo:
    la sua casa, i libri, quel mesto chiaro di luna che non aveva ucciso.
    Campana puntava a Marradi:
    il treno, la polvere, le angosce ancora lo chiamavano.
    Sennuccio fermo, si placava:
    il velo ondeggiava come marinaio che non vuole approdo.
    Il fiume era in loro.
    Ogni cellula un mormorio, ogni respiro un ritorno di specie.
    Chimera non c’era più, o forse s’era dispersa nei loro pensieri:
    aveva vinto la sua partita, confondendo le distanze.
    Boccaccio disse: «Forse non abbiamo mai parlato.»
    Campana rispose: «Forse non abbiamo mai taciuto.»
    Mentre il sole, passando di tra le foglie, accendeva riflessi rosa e gialli sulle acque basse.
    Sennuccio si scoprì: era Luce.
    Da allora, quando s’attraversa l’Arno tra Scandicci e Certaldo,
    si sente talvolta un suono che non è suono, un soffio che non smette di dire.
    Son ancora loro due,
    a questionare del rumore nel silenzio che non c’è.

    V. Il viaggio del battello ebbro
    Il fiume non scorre, ma lo sogna: un battello ebbro, senza timone, avanza nonostante tutto
    trainato da ciò che fu detto, o che rimase in gola: l’Arno, il mare della loro memoria.
    Sennuccio siede a poppa, come un’ombra lucida.
    Boccaccio cerca nei riflessi dell’acqua le risate perdute.
    Campana guarda le rive che fuggono e mormora versi che nessuno scriverà mai.
    Chimera, sdraiata sulla prua, tiene il capo basso, come per spiare i pensieri del fiume.
    Ogni tanto la barca s’inclina, a brindare co’ poeti.
    E proprio quando la quiete sembra compiuta, arriva lei: una mosca dispettosa, piccola e insistente, a ronzare in testa come l’idea in ritardo.
    Si posa sulla spalla di Sennuccio, che non la scaccia: sorride, come chi ritrova un fastidio amato.
    Passa su Boccaccio, che sospira: «Ecco il lettore che non tace mai!»
    Poi rimbalza su Campana, pizzicandogli l’orecchio: questo ride, e il natante ondeggia solidale.
    Infine la mosca, felice e stanca quanto loro, si posa sul naso di Chimera.
    La bestia incrocia il suo sguardo ma non ruggisce, né divora: riconosce.
    Entrambe tremano dello stesso impulso di vita, della stessa, antica, inevitabile, natura.
    Il battello prosegue, curvo nel pentagramma delle onde, sussurrando sillabe confuse.
    Nessuno sa dove vada — e forse non va da nessuna parte.
    Ma finché la mosca ronza e il fiume respira, l’errare continua tra quei brindisi
    dove poeti, chimere e silenzi birichini ridono scanzonando la loro eternità.

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  • Alcmane’ remix

    Un canto per pernici, penne e sintetizzatori 

    Pernice morta adagiata sul piatto di un giradischi tra mani pronte all’ascolto, immagine simbolica di “Alcmane’ remix”
    La voce delle pernici non viene tradotta: viene rimessa in ascolto.

    Una penna intitolata a Virginia Woolf da mero strumento di scrittura, diviene una soglia, un pretesto per interrogare voce, memoria e modo in cui giocano ad attraversare il tempo.
    La Virginia medica della memoria sapeva ascoltare ciò che non viene più udito, comprendere quel che oramai si dava per assodato. In uno dei suoi scritti ricorda che gli uccelli parlassero greco. E non era codesta la solita metafora colta, ma un’empatica constatazione poetica: la lingua antica non muore, ma continua a cantare ogni dove, nei cori, nei frammenti, negli scarti. In una stanza fatta d’eco e di amore arcaico, la voce della Woolf intercetta quella di Alcmane. In uno sposalizio metatemporale di versi, Alcmane si ripropone come frequenza, in un canto che sopravvive frammentato, come il numero 39, armonizzato dalle pernici “con lingua precisa”.

    ἔπη τάδε καὶ μέλος Ἀλκμὰν
    εὗρε γεγλωσσαμέναν
    κακκαβίδων ὂπα συνθέμενος

    Parole greche d’anzi tempo che “mixano” articolazione, ritmo, sintassi sonora producendo proprio quel canto, che svela la voce delle pernici, la compone ma non la traduce. Perché il matrimonio è connubio, non tradimento.
    Si dice che il primo sintetizzatore musicale fu il Telharmonium di Cahill. Eppure l’idea di sintetizzare non appartiene alla modernità tecnica. È già presente ogni volta che una voce antica viene ricomposta per essere nuovamente udita. Così, grazie a Virginia, il sintetizzatore non è una macchina, ma un vocabolario di voci. Traduce per chi non parla più, o per chi non è mai stato ascoltato.
    Riportando alla superficie voci rimaste sepolte non perché mute, ma perché non comprese, Alcmane non viene recuperato come reperto, ma come canto ancora attivo. Del resto la lingua chiede solo d’esser accolta quando canta, come sa fare.
    Come le pernici di Alcmane: in greco.

  • Bella ciao!

    Milva cantava, a Canzonissima, la versione delle mondine di Bella ciao. Una canzone che tutti conosciamo come canto politico, emblema di lotta e resistenza, e che invece, in una delle sue forme più antiche, fu canto di lavoro delle mondine, tra fine Ottocento e primi anni del Novecento.

    Mio padre, che da bambino le vedeva tornare dai campi, le ricorda con grande affetto: sempre stremate, ma anche sempre con il sorriso. Non il sorriso della leggerezza, bensì quello, più difficile, di chi aveva attraversato la fatica senza lasciarle l’ultima parola.

    Locandina del film Riso amaro, con figura femminile in primo piano e ambientazione legata al lavoro delle mondine.
    Riso amaro: la risaia come luogo di fatica, canto e dignità femminile.

    Alla mattina, appena alzata, in risaia mi tocca andar…” intonavano le donne mentre, chine sull’acqua e sotto il sole, lavoravano in condizioni dure, cullandosi con il ritmo del canto.
    Non ancora il canto politico che conosciamo, ma una nenia dignitosa; non una protesta organizzata, forse, ma una speranza sommessa di miglioramento e riconoscimento.
    Non vi era odio in quelle voci, ma piuttosto il desiderio mite di esistere. «Curve a faticare […] tra l’acqua e il fango», le mondine offrivano, persino nei gesti più stanchi, una forma di naturalezza e armonia, mentre «il padrone sta sull’argine, col bastone in mano…».

    Non si tratta di contendere un canto, ma di ascoltarne la prima fatica. Le mondine non hanno bisogno di essere usate contro qualcuno: hanno bisogno, finalmente, di non essere coperte da altre voci.

    Quella figura femminile, spesso povera, talvolta analfabeta, ma colma di dignità, rappresenta una delle tante voci che la storia urlata — quella che si impone col peso delle ideologie e delle urgenze — tende a dimenticare.

    Ma ogni voce che fu, anche se dimenticata, ha avuto un tempo in cui fu origine. E lo sarà per altri che, in futuro, guarderanno a noi come passato.

    Per questo tornare alla Bella ciao delle mondine non significa sminuire il canto della Resistenza: significa ascoltare la radice sommersa da cui una voce collettiva ha continuato a risalire.

    Di seguito, la versione delle mondine:

    Alla mattina appena alzate
    O bella ciau, bella ciau, bella ciau, ciau ciau
    Alla mattina appena alzate in risaia ci tocca andar.
    E fra gli insetti e le zanzare
    O bella ciau, bella ciau, bella ciau, ciau ciau
    E fra gli insetti e le zanzare un dur lavoro ci tocca far.
    Il capo in piedi col suo bastone
    O bella ciau, bella ciau, bella ciau, ciau ciau
    Il capo in piedi col suo bastone e noi curve a lavorar.
    O mamma mia, o che tormento!
    O bella ciau, bella ciau, bella ciau, ciau ciau
    O mamma mia, o che tormento
    io ti invoco ogni doman.
    Ma verrà un giorno che tutte quante
    O bella ciau, bella ciau, bella ciau, ciau ciau
    Ma verrà un giorno
    che tutte quante
    lavoreremo in libertà.

    Gruppo di mondine chine al lavoro in una risaia, fotografate in bianco e nero.
    Corpi piegati sull’acqua: il canto come ritmo della fatica e memoria di libertà.

    Bibliografia:
    Costantino Nigra, Canti popolari del Piemonte, Torino 1888
    Roberto Leydi, I canti popolari italiani, Mondadori 1973
    Cesare Bermani, Bella ciao. Storia e mito della canzone, Odradek 2003.
    Wikisource, Bella ciao (mondine), canto anonimo del XX secolo.