
La dialettica Magister-Magus disegna un “buffo ossimoro”, partorito dalla folle storia d’amore tra l’ironia socratica e la tragedia del sapere nella storia.
Magister (Maestro), è l’aggettivo comparativo magis (“più”, “maggiormente”), intimamente legato a magnus (“grande”). Nasce perciò come Fenomeno Arrogante: la sua stessa etimologia è una dichiarazione di superiorità pubblica. Egli è letteralmente “il più grande” in virtù del suo ruolo istituzionale di padrone della conoscenza essoterica (con due ‘S’, a sottolineare la sua visibilità), ovvero quella dottrina dogmatica stabile e fissa, strutturata per essere esibita e insegnata. Il suo potere deriva dalla convalida esterna (la cattedra, il titolo, l’approvazione del sistema), perchè deve apparire, deve essere un fenomeno. La sua autorità risiede interamente in questa apparizione esteriore e nella sua capacità di impostare gli altri alla sua “grandezza”. La sua non è filosofia né scienza, ma esistenza tronfia: è possidente e posseduta (inconsciamente, nevvero) dal sapere.
Magus (μάγος, Mago), dall’altro lato, è il Noumeno Silente: con la sua radice antica legata a “potere” ma non a “grandezza comparativa”, si cela nel silenzio. Non ha bisogno di essere “più” di qualcuno, perché la sua conoscenza è assoluta e interiore, è esoterica (con una “S”). Se si sente socraticamente “un di meno,” è perché ha intuito la vastità dell’ignoto — il noumeno kantiano, l’essenza in sé, che non può mai essere interamente afferrata o predicata. Il suo velo unico non è un artificio per nascondere, ma una protezione per il sacro. La sua è filosofia dell’essere che, nel momento in cui nasce “mago” abbandona l’esistenza per l’essenza. Così come nasce posseduto e possidente, passando oltre il velo (ἀλήθεια) abbandona il sapere inconscio e consciamente si tuffa nell’ignoranza socratica.
Dal punto di vista psicologico, l’ironia sta poi nell’individuare chi di questi due sia veramente il “pieno” e chi il “vuoto”.
Il magister riempie la sua azione con il titolo di “più grande”, ma rischia di essere colui che teme di più il vuoto. Il suo attaccamento al sapere acquisito (il suo “vocabolario già scritto”) può nascondere una profonda insicurezza o la paura di non creare nulla di veramente originale. Per questo spesso risulta dipendente dalla riverenza che richiede, e la sua autorità può facilmente diventare tracotante e dogmatica, poiché deve difendere la sua apparenza di superiorità.
Il magus, che sfugge l’adulazione e si sente “un di meno,” incarna dunque la vera pienezza. La sua indagine interiore e sperimentale (l’alchimia interiore, la meditazione, la ricerca delle corrispondenze) lo rende autosufficiente. Non ha bisogno della convalida esterna. Il suo “non insegnare” e il suo “sperimentare” sono la più alta forma di auto-docenza. Egli attinge al potenziale creativo che è per sua natura silenzioso e modesto, ma infinitamente più profondo della grandezza predicata.
A margine, non posso tacere un pensiero che affiora: i vocaboli, intesi come incarnazione delle idee trasformate in lettere, disegnano un ponte concettuale tra parola, ideogramma, ed idea. Oggi “maestro” è voce di vocabolario, quasi un guscio svuotato; ieri “magister” portava con sé il peso comparativo del magis, il “più”; l’altro ieri ancora, l’ideogramma 師父 (shīfù – maestro) portava con sé un’intera scena: il padre che offre gli strumenti al figlio. Allora gli occhi vedevano i concetti, ieri le orecchie li ascoltavano, oggi resta solo la memoria di quel legame: da immagine viva a grammatica comparativa, da grammatica a segno stanco.
A Voi apro perciò la porta per la Vostra riflessione…















