per una Metalingua del destino umano

C’è un filo che collega l’umanità antica e quella contemporanea. Si intreccia tra una parola di fede e un nome di eroe, tra l’uomo che errando cerca e quello che, dicendo “amen”, sigilla il proprio destino: un Tao che unisce i versi dell’Odissea e i caratteri sacri dell’ebraismo nell’abbraccio di Fibonacci.
«Canta, o Musa, l’eroe di vario ingegno…»
L’incipit dell’Odissea è un’invocazione all’uomo errante: ἄνδρα μοι ἔννεπε (andra moi ennepe). Non uomo qualsiasi, ma colui che dopo molte peripezie ritorna “a casa”, ricongiungendosi al senso vero della propria natura.
E se è pur vero che etimologicamente, “uomo” discende dal latino homo, legato a humus, la terra, è altrettanto forte nell’uomo il significato di “radice sradicata”, che è il viaggio d’Odisseo, spinto a conoscere molti uomini e molte città.
L’ Amen, dal canto suo apparirebbe come la” radice non sradicata” che sigilla la Fedeltà: אמן (āmēn) è infatti il “così sia”, “in verità”, ma significa anche “fermezza”, così come “resistere” e “credere”. Per questo con un amen la preghiera si conclude: in quel breve istante fede e verità si raccolgono “umanizzando” il Patto, e l’incertezza dell’esistere cede il passo alla certezza dell’essere. In ebraico, le lettere di amen formano anche un acrostico: אל מלך נאמן (El Melech Ne’eman), “Dio Re fedele”: se allora “uomo” è colui che si espone e si perde, “amen” è il punto in cui si ritrova, si affida, si lega al senso.
Odisseo incarna l’erranza che ritorna, la resistenza e la capacità di sopportare. Il suo epilogo non è solo il ritorno a Itaca, ma la stipulazione di un patto (ὅρκος) che garantisce pace: «Fra l’una e l’altra parte un novo patto di perenne amistà quindi stringea Minerva…» Atena, sotto il nome di Mentore, suggella la storia con un “così sia”: Odisseo è molto-sofferente (πολύτλας) e molto-ingegnoso (πολύτροπος), ma è soprattutto colui che, sopravvissuto, può dire “amen” alle proprie prove.
In una metalingua simbolica, guardando oltre la radice, chi scrive e chi vive può riconoscere che “uomo”, “amen” e “Odisseo” siano concetti che attraversano culture e lingue, narrando dell’affidabilità, della resistenza, dell’assenso al proprio destino.
“In un amen”, si dice in italiano, per intendere che tutto può cambiare in un attimo. Eppure in quel brevissimo spazio si decide tutto, si conclude una traversata, si afferma il senso.
Scrivere, vivere, pregare dunque sono modi dell’erranza e del ritorno. Il nostro viaggio umano si compie nella ricerca di una parola affidabile, di un patto, di un “amen” che dia pace agli affanni. Forse, l’Odissea e la tradizione ebraica ci insegnano che la vera patria dell’uomo è il destino condiviso. Il linguaggio è la nostra Itaca: luogo della fede che resiste.
Shana Tovah! Che sia un anno di viaggi, di amen e di ritorni.


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