(per una tavola su Vergogna e Conoscenza)
In questo dialogo, Esserci — nel senso più profondo del termine — significa tentare di far dialogare il padre con la figlia: il Tempo con l’Essere. Il testo alterna voci che non sono semplici personaggi, ma polarità complementari: il Tempo, portatore di memoria ed esperienza, e l’Essere, presenza interrogante e in divenire. Tra queste due dimensioni si muove la vergogna, non come condanna, ma come luogo di conoscenza, di ritorno, di luce accesa nel cuore della parola.

Tempo: Il primo pensiero, ragionando su Vergogna, è stato cercarne la definizione nei dizionari dei filosofi. Ma Vergogna, nel dizionario filosofico, non è prevista: si passa da Verbo a Veridico senza considerarla. Come se la filosofia, specchio d’orgoglio, non potesse specchiarsi nella sua ombra. O forse, proprio perché Vergogna li ha sedotti, i filosofi l’hanno taciuta. Come un tabù troppo vicino al cuore.
Essere: Che brutto incipit, direbbe il dubbio. Eppure — ab ovo — ricominciamo. Cerchiamola nell’arte, forse. Ma anche lì, Vergogna non appare. Preferiscono la Cacciata, il Giudizio, l’Allegoria della Colpa. Lei resta invisibile. Eppure la sento, Padre: è l’ombra che rimane anche quando la luce non giudica.
Tempo: Ho cercato nei nomi: shame, disgrace, ignominy, obbrobrio. Tutti la spingono fuori dalla grazia. Fuori. Come se “vergognarsi” fosse il contrario dell’essere in stato di grazia. Eppure, forse, quell’esilio è proprio la soglia. Come nel quadro di Munch: l’urlo che nasce da dentro, non per paura, ma per rivelazione di sé. O come in Kafka: «Wie ein Hund!» — “Come un cane!” disse. E la Vergogna gli sopravvisse. Forse è proprio lì, nella sopravvivenza, che si annida il senso.
Essere: Sì, Padre. La Vergogna sopravvive perché è viva. È autovalutazione, non condanna. È la memoria che punge, e dunque educa. È il luogo dove l’anima si ricorda di avere denti, non per mordere, ma per comprendere la consistenza del pane. E se fosse un’illuminazione? Un atto di ritorno, una teshuvah? Un fuoco che purifica la conoscenza?
Tempo: Allora la Vergogna non è più oggetto, ma soggetto. Non più giudicata, ma giudicante. Come l’Urlo, essa ribalta il mondo che la condanna. È la voce di chi rifiuta di essere “disonorato” e, nel gridare, si libera. È, in fondo, la pietra che si accende nel buio.
Essere: E proprio la pietra mi porta all’etimo. In ebraico, בושת — boshet: Bet, Shin, Tav. Tre lettere, tre vie. Bet, la Casa. È scelta, nido, principio. Custodisce la Sapienza e lascia aperto un varco, affinché anche il male esista e vi sia libertà. La Casa è il luogo della conoscenza, non del giudizio. Shin, il Dente. Fuoco che brucia e insegna. I denti spezzano il male, ma anche il pane. Sono pietre vive, fiamme di sapienza. Numero trecento: il soffio del Creatore. Tav, il Segno. Ultima lettera, sigillo e apertura. Portare il segno è conoscere se stessi. Caino lo portò come ferita e protezione. Il Tav chiude il cerchio e lo apre all’infinito. Così, בושת diventa la Casa in cui scegli come usare i denti e contribuisci alla memoria del Segno.
Tempo: Definizione perfetta, figlia mia. È ciò che intuivo senza parole. Vergogna come reazione dell’animo umano: l’animo entro il quale scegli come usare i denti. E i denti — Kafka lo sapeva — li piantiamo nella società che ci condanna senza processo. Il segno che resta, quello sì, è vergogna. Ma anche giustizia.
Essere: E allora non c’è nulla da nascondere. Vergogna non è maschera, ma memoria. Non è “coprire le vergogne”, ma scoprire l’origine. Chi sa vergognarsi, sa anche vivere. Chi ne porta il segno, ha già cominciato a riconoscere la Luce. È come dire: se riesco a dare un nome alla Vergogna, riesco a dare un nome a tutte le cose. Come nell’Eden, davanti all’Albero della Vita.
Tempo: E a questo punto, guardiamo Shamed Man, di Viktor Bezrukov. Un uomo seduto, il volto nascosto fra le mani, avvolto in una luce calda che non lo giudica. Non urla, non protesta. Solo è. E in lui, Vergogna diventa presenza consapevole. Il segno che rimane non condanna, ma illumina.

Essere: Sì, Padre. Non un essere cacciato, ma uno che ritorna a se stesso. Il corpo è lettera, la luce è Sapienza, la Vergogna è Casa che accoglie. E come nella Casa del Segno, anche qui il ciclo si richiude: inizio e fine si toccano, secondo una misura che Fibonacci sembra appena sussurrare.
Tempo: Così sia. Chi sa portare i denti senza ferire, chi sa riconoscere la vergogna senza fuggire, ha già trovato la via.
Essere: Denti! E il silenzio si fa parola, e la parola diventa memoria, e la memoria accende la luce che ci fa abitare la Casa del Segno.


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