Categoria: Gesti

Prima della parola, fu il gesto.
Un movimento delle mani, un’inclinazione del capo, un’offerta silenziosa o un rifiuto discreto.
I gesti parlano una lingua antica, spesso dimenticata. Alcuni sono diventati abitudini; altri sono stati svuotati, ritualizzati, imitati senza più sapere da cosa nacquero.
Ma ogni gesto ha avuto un’origine precisa: un contesto, un’intenzione, un significato pieno.
In questa sezione raccogliamo gesti originari, semplici o solenni, che nel tempo si sono trasformati.
Li osserviamo come si osserverebbe un alfabeto corporeo, fatto di ritmo, spazio, presenza.
Perché a volte, capire un gesto significa capire un mondo.
E ricordare da dove viene ci aiuta a compierlo, oggi, con più consapevolezza.

  • Il ritiro come gesto

    Prima della parola, il corpo conosce già la sua verità. In questo frammento il ritiro diventa gesto, e il gesto una soglia: non un’uscita dal mondo, ma un altro modo di abitarlo.

    Donna dal volto parzialmente coperto dalle mani, in un paesaggio sospeso e desertico, come figura simbolica del ritiro e della percezione interrotta.

    Estratto da Hikikomori ante litteram di Christine A. Cossu.

    Nella storia, come nel presente, la scelta di abitare un’ombra non è mai un atto di volontà pura, generato nel vuoto. 

    È, al contrario, una reazione situata. Quando la pressione esterna — sia essa l’imperativo della performance, il pregiudizio sociale o la limitazione biologica — rende il mondo inabitabile, il ritiro diventa l’unica mossa plausibile sulla scacchiera dell’esistenza.

    L’individuo non fugge: si riposiziona.”

    E allora, a chi vorrà partecipare, lasciamo aperta la soglia: nuove coppie di hikikomori ante litteram potranno affacciarsi, e ogni assenza diventare un mattone ulteriore della Torre.

  • Denti

    (per una tavola su Vergogna e Conoscenza)

    In questo dialogo, Esserci — nel senso più profondo del termine — significa tentare di far dialogare il padre con la figlia: il Tempo con l’Essere. Il testo alterna voci che non sono semplici personaggi, ma polarità complementari: il Tempo, portatore di memoria ed esperienza, e l’Essere, presenza interrogante e in divenire. Tra queste due dimensioni si muove la vergogna, non come condanna, ma come luogo di conoscenza, di ritorno, di luce accesa nel cuore della parola.

    Il dipinto L’Urlo di Edvard Munch, figura umana con il volto deformato dall’angoscia su un ponte sotto un cielo acceso.
    Edvard Munch, L’Urlo: la voce che nasce da dentro e costringe il mondo ad ascoltare.


    Tempo: Il primo pensiero, ragionando su Vergogna, è stato cercarne la definizione nei dizionari dei filosofi. Ma Vergogna, nel dizionario filosofico, non è prevista: si passa da Verbo a Veridico senza considerarla. Come se la filosofia, specchio d’orgoglio, non potesse specchiarsi nella sua ombra. O forse, proprio perché Vergogna li ha sedotti, i filosofi l’hanno taciuta. Come un tabù troppo vicino al cuore.

    Tempo: Definizione perfetta, figlia mia. È ciò che intuivo senza parole. Vergogna come reazione dell’animo umano: l’animo entro il quale scegli come usare i denti. E i denti — Kafka lo sapeva — li piantiamo nella società che ci condanna senza processo. Il segno che resta, quello sì, è vergogna. Ma anche giustizia.

    Uomo seduto con il volto nascosto tra le mani, avvolto da una luce calda, nel dipinto Shamed Man di Viktor Bezrukov.
    Viktor Bezrukov, Shamed Man

    Tempo: Così sia. Chi sa portare i denti senza ferire, chi sa riconoscere la vergogna senza fuggire, ha già trovato la via.

    Mattone con la firma Punto@nekuda, collegamento alla biografia dell’autrice.