Un canto per pernici, penne e sintetizzatori

Una penna intitolata a Virginia Woolf da mero strumento di scrittura, diviene una soglia, un pretesto per interrogare voce, memoria e modo in cui giocano ad attraversare il tempo.
La Virginia medica della memoria sapeva ascoltare ciò che non viene più udito, comprendere quel che oramai si dava per assodato. In uno dei suoi scritti ricorda che gli uccelli parlassero greco. E non era codesta la solita metafora colta, ma un’empatica constatazione poetica: la lingua antica non muore, ma continua a cantare ogni dove, nei cori, nei frammenti, negli scarti. In una stanza fatta d’eco e di amore arcaico, la voce della Woolf intercetta quella di Alcmane. In uno sposalizio metatemporale di versi, Alcmane si ripropone come frequenza, in un canto che sopravvive frammentato, come il numero 39, armonizzato dalle pernici “con lingua precisa”.
ἔπη τάδε καὶ μέλος Ἀλκμὰν
εὗρε γεγλωσσαμέναν
κακκαβίδων ὂπα συνθέμενος
Parole greche d’anzi tempo che “mixano” articolazione, ritmo, sintassi sonora producendo proprio quel canto, che svela la voce delle pernici, la compone ma non la traduce. Perché il matrimonio è connubio, non tradimento.
Si dice che il primo sintetizzatore musicale fu il Telharmonium di Cahill. Eppure l’idea di sintetizzare non appartiene alla modernità tecnica. È già presente ogni volta che una voce antica viene ricomposta per essere nuovamente udita. Così, grazie a Virginia, il sintetizzatore non è una macchina, ma un vocabolario di voci. Traduce per chi non parla più, o per chi non è mai stato ascoltato.
Riportando alla superficie voci rimaste sepolte non perché mute, ma perché non comprese, Alcmane non viene recuperato come reperto, ma come canto ancora attivo. Del resto la lingua chiede solo d’esser accolta quando canta, come sa fare.
Come le pernici di Alcmane: in greco.


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