Categoria: Immagini

Le immagini parlano senza voce, ma non sono mai mute.
Restano impresse negli occhi e nella memoria, anche quando non ne ricordiamo più l’origine.
In questa sezione cerchiamo figure dimenticate, frammenti visivi che nel tempo hanno cambiato significato, perduto il contesto o assunto ruoli nuovi.
Icone, pitture, simboli visivi: a volte celebri, a volte minori, ma tutti custodi di una forma primitiva del vedere.
Non si tratta di nostalgia, ma di sguardo.
Perché prima di essere interpretate, le immagini furono create.
E in quella creazione, c’è sempre una volontà di dire qualcosa — a chi guarda, oggi come allora.

  • Eleonora d’Arborea

    Bassorilievo di San Serafino a Ghilarza con volto femminile segnato da cicatrice, forse Eleonora d’Arborea
    Eleonora a San Serafino

    È sufficiente consultare un qualsiasi libro o sito web che menzioni la Giudicessa d’Arborea per imbattersi nell’immagine di… Giovanna la Pazza. Questo “ritratto” fu copiato a Cagliari nel XVII secolo dal pittore napoletano Bartolomeo Castagnola e, nell’Ottocento, fu erroneamente identificato come quello di Eleonora d’Arborea.

    Persino alcune edizioni della Carta de Logu presentano raffigurazioni che non corrispondono al vero volto di Eleonora. Del resto, le rappresentazioni autentiche della Giudicessa sono rarissime.

    A questa lacuna hanno contribuito consapevolmente gli Aragonesi, che, subito dopo la conquista della Sardegna, distrussero gli archivi del giudicato di Arborea o li portarono a Barcellona, nascondendo o cancellando persino i ritratti giudicali e le tombe degli ultimi sovrani. All’inizio del Quattrocento, ad esempio, non si avevano riscontri grafici neppure di Mariano IV o di Ugone III.

    Peduccio pensile di San Gavino Monreale con volto femminile cicatrizzato, forse Eleonora d’Arborea
    Eleonora a San Gavino

    Ironia della sorte, proprio il volto di una Aragonese – Giovanna la Pazza, figlia di Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia – ha velato quello di Eleonora e plasmato molte memorie sarde.

    A complicare ulteriormente la questione, le cronache dell’epoca raccontano che Eleonora non si mostrava facilmente in pubblico, essendo stata sfigurata sin da piccola da una vasta cicatrice sul lato sinistro del volto.

    Immagini che potrebbero essere autentiche di Eleonora sono quelle presenti nei peducci pensili della volta a crociera dell’abside della chiesa di San Gavino Martire a San Gavino Monreale e nel busto ritrovato a Mogoro, entrambe raffiguranti la cicatrice “incriminata”.

    Recentemente è stata avanzata anche l’ipotesi di una terza immagine di Eleonora d’Arborea nella chiesa di San Serafino a Ghilarza, un bassorilievo con un volto che presenta una cicatrice.

    Bibliografia:
    Manlio Brigaglia, Eleonora d’Arborea: la sovrana che fece la Sardegna, Cagliari, 2001.

    Maria Teresa Pinna Catte, La Sardegna e il suo Medioevo: identità, potere e rappresentazioni, Cagliari, 2014.

    Francesco Cesare Casula, Storia della Sardegna, Laterza, Bari, 1994.
    
Roberto Salvatore, Eleonora d’Arborea e la Carta de Logu, 2013.

    E. Perra, Le immagini perdute: memoria e iconografia della Sardegna medievale, 2007.

    Vincenzo Garau, Giudicati e dominazioni: immagine e memoria della Sardegna medievale, 2010.

    G. Sanna, La cicatrice di Eleonora d’Arborea: un’identità nascosta tra storia e leggenda, in Rivista Storica Sarda, 2018.

    L. Dessì, Gli archivi perduti e la cancellazione della memoria giudicale, in Quaderni di Storia Sarda, 2005

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  • Dante Alighieri: la vera immagine?

    Ognuno di noi, vedendo l’immagine del “nasone” di profilo, lo riconoscerebbe subito. E forse sbaglierebbe. L’iconografia del Sommo Vate, infatti, è stata plasmata nei secoli anche da immagini potentissime, ma non necessariamente fedeli al volto storico: basti pensare ai ritratti attribuiti alla tradizione di Sandro Botticelli o di Domenico di Francesco.

    Ritratto di Dante attribuito alla scuola giottesca nella chiesa di San Francesco a Ravenna.
    Dante nella tradizione figurativa ravennate: un volto meno irrigidito dal mito del “nasone” e più vicino alla memoria trecentesca.

    Eppure Dante Alighieri potrebbe essere stato più simile al volto raffigurato dalla scuola giottesca nella chiesa di San Francesco a Ravenna: meno irrigidito dal mito del “nasone”, più vicino a una memoria trecentesca ancora viva.

    Boccaccio, nel Trattatello in laude di Dante, lo descrive così:

    «Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso».

    Miniatura dell’Archivio di Stato di Firenze con Dante quasi di profilo, in abiti tradizionali e con un libro aperto in mano.
    Dante nel Priorista delle Tratte, Archivio di Stato di Firenze: una piccola immagine inserita tra i nomi dei priori fiorentini.

    L’Archivio di Stato di Firenze conserva due piccoli ritratti di Dante, che mostrano il poeta quasi di profilo, in abiti tradizionali e con un libro in mano, probabilmente la Divina Commedia. Si tratta di testimonianze ufficiali e particolarmente significative, perché inserite nei registri dei priori fiorentini: proprio quella carica che Dante aveva ricoperto.

    Rif. (ASFi, Priorista delle Tratte, 57, c. 14v, dettaglio della miniatura a colori.)

    Rif. (ASFi, Priorista di Palazzo, c. 19r)

    Secondo piccolo ritratto di Dante conservato dall’Archivio di Stato di Firenze nel Priorista di Palazzo.
    Un’altra testimonianza iconografica ufficiale: Dante riconosciuto nel registro dei priori.

    Non si tratta, naturalmente, di dedurre l’anima dal volto, come avrebbe preteso la vecchia fisiognomica. Si tratta piuttosto di osservare come, nei secoli, l’icona abbia spesso levigato Dante, rendendolo più puro, più astratto, più facilmente venerabile. Le immagini più antiche, invece, sembrano restituirci non un santo della letteratura, ma un uomo: irregolare, terrestre, inquieto.

    Resta allora un’immagine meno stereotipata: capelli e barba neri e crespi, volto lungo e malinconico, mascelle grandi, labbro inferiore sporgente; non il profilo congelato dell’icona, non il volto quasi puro del monumento, ma una fisionomia più inquieta, più terrestre, più umana: quella di un uomo che non attraversò il proprio tempo come un angelo, ma come una ferita pensante.

    Bibliografia:
    Boccaccio, Giovanni, Trattatello in laude di Dante
    Contini, Gianfranco, Dante: la vita e la morte
    Vasari, Giorgio, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti
    Zaccaria, Giovanni, Iconografia di Dante (1965)
    Petrocchi, Giuseppe, Dante Alighieri, il Sommo Poeta
    Zingarelli, Nicola, Dante e l’immagine (in Dante oggi, a cura di Italo Alighiero Chiusano)
    Archivio di Stato di Firenze, Documenti originali e ritratti conservati, consultabili anche online, come indicato.
    Brugnolo, Carlo, La miniatura fiorentina e la rappresentazione di Dante.