Categoria: Simboli

Prima del discorso, c’era il simbolo.
Un segno inciso, un’immagine scolpita, un oggetto che racchiudeva un senso nascosto.
I simboli parlano una lingua antica, fatta di forme e segreti. Alcuni sono diventati emblemi, altri si sono persi o svuotati del loro significato originario.
Ma ogni simbolo nasce da un’idea, un bisogno, un racconto che vuole essere ricordato.
In questa sezione raccogliamo simboli autentici, potenti o semplici, che nel tempo si sono trasformati.
Li osserviamo come chi legge un codice, fatto di memoria, cultura e mistero.
Perché a volte, decifrare un simbolo significa aprire una porta su mondi dimenticati.
E riscoprirne l’origine ci aiuta a custodirne il valore, oggi, con più coscienza.

  • Böcklin sotto le querce di Mamre

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    Arnold Böcklin, Autoritratto con la Morte che suona il violino
    Alte Nationalgalerie di Berlino


    Arnold Böcklin realizza questo autoritratto nel 1872 a Monaco di Baviera.

    Scruta lo specchio di fronte a sé, tenendo stretti pennelli e tavolozza con una fermezza quasi rituale, mentre la Morte scheletrica, emergendo dall’ombra delle sue spalle, suona un violino ridotto a una sola corda – la quarta, il Sol grave.


    Il Tzimtzum (צִמְצוּם) del Limite
    Il titolo tradizionale parla della Morte che suona, nonostante lo sguardo del pittore non tradisca terrore.
    È un volto colmo di una concentrazione indagatrice, una meraviglia che nasce dal fermoimmagine.
    E se la Morte si fosse bloccata in omaggio all’opera?
    Il sorriso dello scheletro giustificherebbe l’apprezzamento per un uomo che, pur consapevole della propria finitezza, sospende l’appuntamento fatale attraverso l’atto creativo.
    Questo elemento monocorde evoca un memento mori simbolista, ma filtrato attraverso un Tzimtzum (צִמְצוּם): una contrazione dello spazio sonoro che, lungi dall’annullare la musica, rende possibile la forma pura.
    L’assenza delle altre tre corde – le Moire che rimangono in attesa – suggerisce che il destino non è stato ancora reciso. La misericordia agisce sull’artista concedendogli il tempo di ultimare il suo Tikkun (תִּקּוּן).

    Musicologia del baratro: dal Klezmer al Sol grave
    La mano della Morte presume un suono aperto sul Sol2, la nota più grave, un pedale tellurico che funge da conto alla rovescia. Se questo quadro fosse musica, non sarebbe una marcia funebre accademica, ma una doina klezmer: un lamento che si tende sul bordo del silenzio per poi sfociare in un Freylekh gioioso.
    A differenza del levare jazz, che posticipa l’accento in una tensione catartica, il battere klezmer afferra l’istante ora, senza sprechi, in ossequio al principio del Bal tashchit (בַּל תַּשְׁחִית).
    Böcklin, come un klezmer pittorico, non sfida la Morte con chutzpah (חֻצְפָּה) eccessiva, ma danza con lei in un’ hora circolare, negoziando il ritmo del proprio tramonto.

    Ospitalità Abraamica e lo Shel Yad (שֶׁל יָד) dell’Intelletto
    L’artista non fugge: inclina la testa, il pennello sospeso come uno stilo pronto a decifrare uno Shem (שֵׁם). In questa posa, il violino dello scheletro e la tavolozza del pittore diventano strumenti di una mitzvah intellettuale. Possiamo immaginarli come lo Shel Yad (שֶׁל יָד), legati al bicipite per disciplinare l’azione e sottometterla a un fine superiore.
    Si dice: “quando l’uomo pensa, D*o sorride” (כְּשֶׁאָדָם חוֹשֵׁב, הַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא מְצַחֵק) . Böcklin, pensatore prometeico, non usa l’arte per sfidare l’Eterno, ma per strappargli un sorriso di intesa. Il suo stupore si fa Yir’at Hashem (יִרְאַת הַשֵׁם), timore reverenziale attivo che trasforma il rintocco funebre in una preghiera vibrante.

    Sensu restruendo
    La meraviglia del pittore si incarna infine come il pensiero puro frutto dello stupore intellettuale per l’interruzione della marcia funebre.
    In questo istante sospeso, l’atto del dipingere si configura sensu restruendo: non è solo testimonianza della fine, ma partecipazione attiva alla ricostruzione di un senso che la morte vorrebbe frammentare.
    L’artista non subisce il tempo, lo abita, trasformando la vibrazione del limite nell’architettura di una nuova Babele, finalmente redenta dalla creazione.

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  • SALMO 133 – L’AMORE FRATERNO

    Immagine simbolica ispirata al Salmo 133: l’olio di Aronne, la rugiada dell’Hermon e la vita condivisa dei Fratelli.

    Ho incontrato per caso questo salmo sul web, in un sito dove veniva presentato come preghiera fatta propria dai Templari. Mi ha colpito molto perché l’ho sentito risuonare in me come tante delle attività che ci coinvolgono come Fratelli dentro e fuori dalle mura di questo Tempio.

    Salmo 133
    [1] Canto delle ascensioni. Di Davide.
    Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!
    [2] È come olio prezioso sul capo, che scende sulla barba di Aronne,
    che scende sull’orlo della sua veste.
    [3] È come rugiada dell’Hermon, che scende sui monti di Sion.
    Là il Signore dona la benedizione e la vita per sempre

    La tavola potrebbe essere già terminata qua, tanto sono densi ed eloquenti questi tre versi sul tema della fratellanza. Ma, lungi dal poter migliorare un lavoro così sublime nella sua splendida semplicità, ritengo di poter portare un po’ di attenzione sui dettagli.
    Il numero del Salmo è già il riassunto del cammino del L.’.M.’. : si va dal grado 1° di apprendista al 33° ed ultimo. E il salmo stesso viene usato in grado di apprendista in numerose Obbedienze (soprattutto OltreOceano) come passo del libro Sacro su cui si posizionano la squadra ed il compasso all’inizio dei lavori, laddove nelle nostre officine si sceglie la prima pagina del Vangelo di Giovanni.
    E’ bene intanto sottolineare che il canto delle salite (o delle ascensioni) fa riferimento alla salita al tempio che gli Ebrei compivano ritualmente ogni anno in occasione della Pasqua, che idealmente rispecchia il viaggio che ogni massone fa verso l’Oriente.

    Il primo verso del salmo é una celebrazione dell’amore fraterno che ci unisce e ci accomuna nei lavori di Loggia. Con l’avvicinarsi della Tornata è per me sempre un piacere pensare alla prospettiva di poter ritagliare dalla settimana profana una serata in cui lavorare in armonia con i fratelli, così come è un’emozione poter entrare in contatto (al giorno d’oggi con mezzi impensabili anche solo dieci anni fa) con altri fratelli sparsi sulla superficie della Terra, non importa a quale obbedienza appartengano. Il momento in cui questo si sublima nei lavori di Loggia é la Catena d’Unione, dove infatti – si legge nel nostro rituale – ci “scambiamo il bacio fraterno”.

    L’armonia tra i fratelli, lo spirito di fratellanza e la convivenza donano profonda e mutua soddisfazione alla nostra esistenza. In una prospettiva di “Grande Opera” è responsabilità di noi massoni portare questi momenti di fraternità e concordia – per quanto possibile – nel mondo profano, nella vita di tutti i giorni.

    L’olio prezioso e profumato del secondo verso ci ricorda che questo amore fraterno è sacro: l’olio era infatti tra gli israeliti una prerogativa dei sacerdoti e veniva usato nei rituali di consacrazione di uomini (sacerdoti e regnanti) ed edifici sacri, come segno della presenza del Divino, e come ricordo a chi veniva unto di essere al servizio del Divino e non della propria vanità; l’olio profumato veniva usato inoltre per alimentare le lampade del tempio e quindi da un lato è segno di energia (come combustibile), dall’altro è possibilità di illuminazione; è inoltre evidente che l’olio che cola segna permanentemente tutto ciò che viene in contatto con esso.

    La figura di Aronne è essa stessa carica di significati: nell’antico testamento è colui che parla per conto di Mosè (balbuziente), che conduce il popolo verso la terra promessa, che svolge funzioni sacerdotali, pur restando nella fraternità con il popolo; è un primus inter pares e non é difficile scorgere analogie tra il suo ruolo è quello del M∴ V∴; la barba nelle civiltà mediorientali era (ed è probabilmente tuttora) segno distintivo di dignità, onestà e onorabilità, quindi di bontà di intenti; le vesti sacerdotali (così come i nostri paramenti e le nostre clamidi) hanno ovviamente un significato rituale e sottile di manifestazione delle diverse espressioni del Divino. L’amore fraterno e sacro illumina quindi i fratelli della loggia a partire dalla ragione, che si unisce alle emozioni e ai sentimenti e alle diverse personalità dei fratelli, infondendo loro quell’energia inesprimibile che tutti abbiamo sperimentato nei nostri Lavori.

    Il Monte Hermon – il cui significato letterale in ebraico è “Lume posto in alto” – si trova al confine tra Israele e Libano, a circa 250 km a nord di Gerusalemme, ovvero Sion, quasi esattamente a 33° gradi (sarà un caso?!?) di latitudine nord. E’ la montagna più alta della regione da cui discendono quasi tutti i corsi d’acqua in Palestina che rendono fertili le pianure sottostanti. L’acqua che da Hermon scende verso Sion (a sua volta simbolo delle 12 tribù di Israele, e per traslato dell’unità tra i fratelli) rende possibili sino a tre raccolti l’anno e dà quindi la vita agli esseri viventi che popolano la regione. La rugiada di Hermon è di natura fisica, esteriore e visibile; il suo effetto genera però qualcosa di non immediatamente visibile, interiore e nascosto, come è la vita, tutte le volte che si sviluppa. Simbolicamente quindi l’amore fraterno che si genera in loggia è benedizione Divina, motivo di entusiasmo (derivante dal greco ἐνθουσιασμός : con Dio dentro di sé ), che scende su di noi per spingerci ad aspirare a valori più elevati. E nell’ascesa verso valori più elevati, nell’entusiasmo di quei momenti si trova la spinta che porta ad eternare il ricordo di quei momenti e di quei fratelli, rendendoli eterni nei nostri cuori, come del resto riscontriamo nel corso delle tornate funebri.

    Ho detto.

  • Maestri e Defunti

    In ogni parte del nostro percorso di vita, abbiamo davanti a noi figure che ci guidano, che mostrano un modello di comportamento, di entusiasmo, e di ricerca: li definiamo Maestri. I maestri non solo impartiscono conoscenza, ma — ancor meglio — incarnano un ideale, un modo essere: nella ricerca, nella generosità, nella coerenza del proprio percorso.

    L’esempio dei maestri.

    L’esempio dei maestri
    Quando guardiamo un maestro — qualcuno che ha vissuto con passione, che ha saputo correggere, insegnare non solo con le parole ma con le azioni — ci accorgiamo che la vera lezione non è solo sapere, ma essere. Un maestro ci invita, con la sua presenza, ad alzare lo sguardo oltre il consueto: ci mostra che le difficoltà non sono ostacoli insormontabili, che il valore del servizio, dell’umiltà, dell’impegno contano più delle parole di circostanza.
    Seguire un maestro significa però mettersi in cammino: è accettare che la conoscenza si trasformi in una sana responsabilità, che la libertà si declini come dono e non solo come possibilità, che la vita abbia un orizzonte chiaro.
    Egli mostra la via, ma non la percorre per conto di altri; accende la fiamma, ma lascia che sia il discepolo a custodirla.

    Il ricordo dei defunti
    Allo stesso tempo, coloro che ci hanno preceduti e che con la loro esistenza hanno lasciato un segno, diventano un richiamo alla memoria e un patrimonio da custodire. Ricordare non è semplicemente riportare alla mente volti e date: è far sì che la loro esistenza continui a ispirare e a interrogare.
    Quindi la figura di un Maestro defunto assume una dimensione ulteriore: non è più solo vicino, ma entra nella memoria collettiva, diventa riferimento stabile. Il suo insegnamento non è confinato al tempo in cui esso era presente, ma vive nel ricordo, nell’emulazione, nel passaggio di testimone.
    L’esempio dei Maestri e il ricordo dei Defunti rappresentano la catena d’unione che attraversa il tempo.
    Ogni iniziato, quando si sforza di operare nel Bene, diventa egli stesso anello di quella catena: il suo pensiero, la sua opera, la sua condotta saranno, un giorno, la Luce per altri.

    Così, la morte non distrugge: ma trasforma.
    Il Maestro diventa Defunto; il Defunto diventa simbolo; il simbolo diventa principio universale. Meditare sull’esempio dei Maestri e sul ricordo dei Defunti è certamente compiere un atto di elevazione.
    È riconoscere che l’essere umano è un costruttore di continuità: ciò che egli pensa, dice e fa diventa parte di una catena che non si può spezzare.
    Quando la vita ci chiama a essere Maestri per altri, ricordiamo la responsabilità che ciò comporta. Quando la vita ci invita a onorare i Defunti, ricordiamo che il modo più alto per farlo è vivere in modo degno della loro memoria.
    Così la fiamma che essi hanno acceso non si spegnerà, ma continuerà a risplendere in altri cuori e in altri tempi.
    E il ciclo della Luce che è conoscenza, virtù e servizio proseguirà senza fine, come il sole che, pur tramontando, torna sempre a sorgere all’Oriente.

    Ora qualche riflessione sulla necessità di Dialogo tra Oriente e Occidente: una doppia via della Luce
    La filosofia orientale insegna la via della contemplazione: dissolvere l’illusione dell’ego personale, scoprire che tutto è parte di un principio comune.
    Quella occidentale insegna la via della costruzione: affermare l’essere attraverso l’etica, la ragione e la libertà.
    L’una tende primariamente al silenzio, l’altra alla parola;
    Il Maestro orientale insegna a “meditare” per lasciare che la verità emerga; il Maestro occidentale insegna a “fare bene” per rendere manifesta la verità.
    Il pensiero occidentale, fondato primariamente sulla tradizione greco-romana e poi sulla scienza moderna, ha esaltato la ragione analitica come strumento di conoscenza.
    Questo ha portato a una visione spesso riduzionista della realtà, in cui tutto ciò che non è misurabile o dimostrabile viene considerato irrilevante; l’esperienza interiore, l’intuizione e la dimensione simbolica dell’esistenza vengono cosi svalutate.
    Le filosofie orientali (come il taoismo o il buddhismo zen) riconoscono all’intuizione e alla percezione diretta un valore conoscitivo profondo, complementare alla logica.
    Mentre l’Occidente “spiega” il mondo, l’Oriente cerca di “entrare in sintonia” con esso.
    L’Occidente ha costruito la sua forza sul concetto di individuo autonomo e libero, portando a conquiste straordinarie in termini di diritti e creatività personale. Tuttavia, questo principio è degenerato spesso in egocentrismo e competitività malsana. La logica occidentale, fondata sulla distinzione netta fra vero/falsobene/malecorpo/mente, ha quindi favorito il progresso tecnico ma anche una mentalità divisiva.
    La filosofia orientale tende a riconciliare gli opposti — lo yin e lo yang del famoso simbolo nero e bianco non si escludono infatti, ma si completano.
    Dove l’Occidente cerca di vincere il “male”, l’Oriente cerca di trascenderlo, comprendendo che fa parte dell’unità della vita.
    Ma il cammino iniziatico riconosce entrambe le vie come necessarie:
    senza la contemplazione, l’azione è cieca; viceversa senza azione, la contemplazione è sterile. Nell’ascolto di entrambi, si impara che la vera conoscenza non è possesso, ma equilibrio tra Essere e Divenire.
    Quando troviamo armonia tra queste due visioni, la morte perde il suo volto di fine, e la vita acquista quello di compimento.
    Il Defunto, accolto nell’Oriente eterno, continua a partecipare all’Opera, come eco luminosa che risuona nel tempo.
    Così l’Uomo che cerca la Verità scopre che non cammina solo: accanto a lui, invisibili ma presenti, ci sono coloro che hanno insegnato e coloro che hanno oltrepassato.
    Essi sono la Catena d’Unione della Luce, che nessuna notte può spezzare.