Autore: Punto@nekuda

  • Bella ciao!

    Milva cantava, a Canzonissima, la versione delle mondine di Bella ciao. Una canzone che tutti conosciamo come canto politico, emblema di lotta e resistenza, e che invece, in una delle sue forme più antiche, fu canto di lavoro delle mondine, tra fine Ottocento e primi anni del Novecento.

    Mio padre, che da bambino le vedeva tornare dai campi, le ricorda con grande affetto: sempre stremate, ma anche sempre con il sorriso. Non il sorriso della leggerezza, bensì quello, più difficile, di chi aveva attraversato la fatica senza lasciarle l’ultima parola.

    Locandina del film Riso amaro, con figura femminile in primo piano e ambientazione legata al lavoro delle mondine.
    Riso amaro: la risaia come luogo di fatica, canto e dignità femminile.

    Alla mattina, appena alzata, in risaia mi tocca andar…” intonavano le donne mentre, chine sull’acqua e sotto il sole, lavoravano in condizioni dure, cullandosi con il ritmo del canto.
    Non ancora il canto politico che conosciamo, ma una nenia dignitosa; non una protesta organizzata, forse, ma una speranza sommessa di miglioramento e riconoscimento.
    Non vi era odio in quelle voci, ma piuttosto il desiderio mite di esistere. «Curve a faticare […] tra l’acqua e il fango», le mondine offrivano, persino nei gesti più stanchi, una forma di naturalezza e armonia, mentre «il padrone sta sull’argine, col bastone in mano…».

    Non si tratta di contendere un canto, ma di ascoltarne la prima fatica. Le mondine non hanno bisogno di essere usate contro qualcuno: hanno bisogno, finalmente, di non essere coperte da altre voci.

    Quella figura femminile, spesso povera, talvolta analfabeta, ma colma di dignità, rappresenta una delle tante voci che la storia urlata — quella che si impone col peso delle ideologie e delle urgenze — tende a dimenticare.

    Ma ogni voce che fu, anche se dimenticata, ha avuto un tempo in cui fu origine. E lo sarà per altri che, in futuro, guarderanno a noi come passato.

    Per questo tornare alla Bella ciao delle mondine non significa sminuire il canto della Resistenza: significa ascoltare la radice sommersa da cui una voce collettiva ha continuato a risalire.

    Di seguito, la versione delle mondine:

    Alla mattina appena alzate
    O bella ciau, bella ciau, bella ciau, ciau ciau
    Alla mattina appena alzate in risaia ci tocca andar.
    E fra gli insetti e le zanzare
    O bella ciau, bella ciau, bella ciau, ciau ciau
    E fra gli insetti e le zanzare un dur lavoro ci tocca far.
    Il capo in piedi col suo bastone
    O bella ciau, bella ciau, bella ciau, ciau ciau
    Il capo in piedi col suo bastone e noi curve a lavorar.
    O mamma mia, o che tormento!
    O bella ciau, bella ciau, bella ciau, ciau ciau
    O mamma mia, o che tormento
    io ti invoco ogni doman.
    Ma verrà un giorno che tutte quante
    O bella ciau, bella ciau, bella ciau, ciau ciau
    Ma verrà un giorno
    che tutte quante
    lavoreremo in libertà.

    Gruppo di mondine chine al lavoro in una risaia, fotografate in bianco e nero.
    Corpi piegati sull’acqua: il canto come ritmo della fatica e memoria di libertà.

    Bibliografia:
    Costantino Nigra, Canti popolari del Piemonte, Torino 1888
    Roberto Leydi, I canti popolari italiani, Mondadori 1973
    Cesare Bermani, Bella ciao. Storia e mito della canzone, Odradek 2003.
    Wikisource, Bella ciao (mondine), canto anonimo del XX secolo.

  • Dante Alighieri: la vera immagine?

    Ognuno di noi, vedendo l’immagine del “nasone” di profilo, lo riconoscerebbe subito. E forse sbaglierebbe. L’iconografia del Sommo Vate, infatti, è stata plasmata nei secoli anche da immagini potentissime, ma non necessariamente fedeli al volto storico: basti pensare ai ritratti attribuiti alla tradizione di Sandro Botticelli o di Domenico di Francesco.

    Ritratto di Dante attribuito alla scuola giottesca nella chiesa di San Francesco a Ravenna.
    Dante nella tradizione figurativa ravennate: un volto meno irrigidito dal mito del “nasone” e più vicino alla memoria trecentesca.

    Eppure Dante Alighieri potrebbe essere stato più simile al volto raffigurato dalla scuola giottesca nella chiesa di San Francesco a Ravenna: meno irrigidito dal mito del “nasone”, più vicino a una memoria trecentesca ancora viva.

    Boccaccio, nel Trattatello in laude di Dante, lo descrive così:

    «Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso».

    Miniatura dell’Archivio di Stato di Firenze con Dante quasi di profilo, in abiti tradizionali e con un libro aperto in mano.
    Dante nel Priorista delle Tratte, Archivio di Stato di Firenze: una piccola immagine inserita tra i nomi dei priori fiorentini.

    L’Archivio di Stato di Firenze conserva due piccoli ritratti di Dante, che mostrano il poeta quasi di profilo, in abiti tradizionali e con un libro in mano, probabilmente la Divina Commedia. Si tratta di testimonianze ufficiali e particolarmente significative, perché inserite nei registri dei priori fiorentini: proprio quella carica che Dante aveva ricoperto.

    Rif. (ASFi, Priorista delle Tratte, 57, c. 14v, dettaglio della miniatura a colori.)

    Rif. (ASFi, Priorista di Palazzo, c. 19r)

    Secondo piccolo ritratto di Dante conservato dall’Archivio di Stato di Firenze nel Priorista di Palazzo.
    Un’altra testimonianza iconografica ufficiale: Dante riconosciuto nel registro dei priori.

    Non si tratta, naturalmente, di dedurre l’anima dal volto, come avrebbe preteso la vecchia fisiognomica. Si tratta piuttosto di osservare come, nei secoli, l’icona abbia spesso levigato Dante, rendendolo più puro, più astratto, più facilmente venerabile. Le immagini più antiche, invece, sembrano restituirci non un santo della letteratura, ma un uomo: irregolare, terrestre, inquieto.

    Resta allora un’immagine meno stereotipata: capelli e barba neri e crespi, volto lungo e malinconico, mascelle grandi, labbro inferiore sporgente; non il profilo congelato dell’icona, non il volto quasi puro del monumento, ma una fisionomia più inquieta, più terrestre, più umana: quella di un uomo che non attraversò il proprio tempo come un angelo, ma come una ferita pensante.

    Bibliografia:
    Boccaccio, Giovanni, Trattatello in laude di Dante
    Contini, Gianfranco, Dante: la vita e la morte
    Vasari, Giorgio, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti
    Zaccaria, Giovanni, Iconografia di Dante (1965)
    Petrocchi, Giuseppe, Dante Alighieri, il Sommo Poeta
    Zingarelli, Nicola, Dante e l’immagine (in Dante oggi, a cura di Italo Alighiero Chiusano)
    Archivio di Stato di Firenze, Documenti originali e ritratti conservati, consultabili anche online, come indicato.
    Brugnolo, Carlo, La miniatura fiorentina e la rappresentazione di Dante.